
Dall’esperienza con Ecoesedra fino al recente intervento a Dialoghi Sostenibili, l’intervista è l’occasione per entrare dentro una metodologia che non si limita ad “aggiungere green”, ma che riformula alla radice il ruolo del designer, oggi chiamato ad essere figura strategica nella transizione ecologica.
Uno scambio denso, tecnico ma visionario, dove il futuro del design responsabile si disegna a partire da scelte quotidiane concrete e verificabili.
Tra visione sistemica e precisione tecnica: a colloquio con Maurizio Dallan di Studio Esedra
In questa intervista a Maurizio Dallan di Studio Esedra ci guida dentro un approccio progettuale che unisce rigore, sostenibilità e innovazione. Un percorso che parte dall’analisi e arriva alla forma, dove ogni oggetto diventa espressione concreta di una nuova cultura del prodotto — più consapevole, misurabile e orientata al futuro.
Studio Esedra si distingue per una progettualità che coniuga estetica, funzione e sostenibilità. Come nasce questo approccio integrato e come si traduce nel vostro processo creativo quotidiano?
Nasce dalla consapevolezza che oggi un designer non può più limitarsi a progettare “forme belle e funzionali”. La bellezza, senza rispetto per le risorse, non può più funzionare. Qualche anno fa ci siamo chiesti quale fosse la reale responsabilità del nostro lavoro nell’impatto ambientale, scoprendo che circa l’80% dell’impatto complessivo di un prodotto dipende proprio dalle decisioni prese in fase di progettazione. Per questo, abbiamo deciso di trasformare il nostro ruolo. In Esedra ed Ecoesedra abbiamo unito due anime: quella creativa dell’industrial design e quella analitica dell’ecodesign. Nel nostro quotidiano questo si traduce in un approccio molto pratico: non aspettiamo la fine del progetto per chiederci “quanto inquina?”. Ce lo chiediamo subito, dal primo schizzo. Usiamo i dati per guidare il progetto, cercando di togliere il superfluo e unendo l’ingegneria alla sostenibilità fin dal primo momento.
L’EcoDesign è al centro della vostra visione progettuale. Quali sono i criteri imprescindibili che guidano le vostre scelte in termini di materiali, filiere e durabilità del prodotto?
Il primo criterio per me è la durabilità e alla riparabilità. Sembra banale, ma ad esempio allungare la vita di un prodotto è la forma più alta di sostenibilità. Poi guardiamo alla semplificazione: progettiamo oggetti facili da smontare, perché se posso separare i materiali, posso riparare il prodotto o riciclarlo davvero a fine vita. Infine, sui materiali, cerchiamo di evitare i “mix” che rendono impossibile il riciclo, puntando su monomateriali o su plastiche riciclate, e lavoriamo con le aziende per accorciare le filiere: meno un materiale viaggia, meno pesa sull’ambiente.

Nel vostro portfolio troviamo progetti che dimostrano come il design possa essere non solo bello, ma anche etico e circolare. Ci raccontate un esempio emblematico che rappresenta questa filosofia?
Vi racconto un caso che unisce in modo netto ingegneria e sostenibilità: il redesign di un compasso di apertura per i bauli da tetto per auto.
Siamo partiti da un meccanismo tradizionale che era un classico incubo per il riciclo: conteneva 7 componenti diversi assemblati insieme, tra plastiche, molle in acciaio, supporti in ferro e rivetti. Una volta dismesso, finiva in discarica come rifiuto complesso.
La nostra risposta è stata radicale: lo abbiamo convertito in un oggetto composto da soli 3 pezzi, realizzati interamente con un unico tecnopolimero (Nylon PA6), aprendo la porta anche alla futura applicazione di materiale riciclato.
L’Ecodesign si è manifestato in ogni dettaglio:
- Meno Materiale (Narrow): abbiamo utilizzato l’analisi strutturale FEM per disegnare una geometria “furba” che permette di togliere materiale dove non serve, alleggerendo significativamente il pezzo senza compromettere la robustezza strutturale.
- Monomateriale (Close): sostituendo il mix di metalli e plastiche con il solo Nylon PA6, abbiamo risolto alla radice il problema del fine vita.
- Innovazione funzionale: abbiamo eliminato le molle metalliche, sostituendole con un elemento che sfrutta l’elasticità controllata della plastica stessa per garantire un movimento più morbido e la funzione di blocco.
Abbiamo consapevolmente rinunciato al comfort del sollevamento totalmente assistito, che avrebbe richiesto gli elementi metallici complessi, per ottenere un prodotto che svolge la stessa funzione, ma che a fine vita può essere macinato e riciclato al 100% in un unico passaggio, abbattendo i costi di separazione. È qui che il design etico diventa anche economicamente vantaggioso.

La sostenibilità oggi è anche un driver di attrattività per i talenti più giovani. In che modo lo Studio Esedra si relaziona con le nuove generazioni di designer e architetti?
La sostenibilità è diventata un criterio identitario per le nuove generazioni, non solo un valore aggiunto. Noi lo vediamo ogni giorno: i giovani designer cercano aziende che non si limitino a parlare di sostenibilità, ma che la integrino realmente nei processi e nei progetti. Per questo con loro adottiamo un approccio molto aperto e collaborativo. Da un lato, li coinvolgiamo in percorsi formativi e workshop dedicati all’ecodesign, dove utilizzando strumenti professionali come il Circularity Deck, i metodi del Design Sprint e le analisi LCA. È un modo per far capire che progettare in modo sostenibile non significa aggiungere “green” alla fine, ma impostare correttamente le scelte fin dall’inizio. Dall’altro, cerchiamo di trasmettere una visione concreta mostrando loro come si possa ridurre gli impatti ambientali, migliorare performance e costi e aprire nuove strade nella progettazione e la manifattura industriale. Infine, manteniamo un dialogo continuo con università, istituti tecnici perché ci interessa creare un ponte fra formazione e impresa, per far capire che il designer contemporaneo deve sapersi muovere in un ecosistema rinnovato.
Qual è, secondo voi, il ruolo del designer nel promuovere una vera transizione ecologica nel settore del progetto? È sufficiente innovare il prodotto o serve ripensare anche i modelli di consumo?
Il designer oggi deve essere un partner strategico, non solo un esecutore. Innovare il prodotto è fondamentale, ma non basta più. Se progetto una sedia riciclabile al 100% ma ne incentivo un consumo “usa e getta”, non ho risolto il problema. Il nostro ruolo è aiutare le aziende a ripensare il modello di business: passare dalla vendita del prodotto alla vendita del servizio, o progettare sistemi di ritiro dell’usato. Il designer deve avere il coraggio di proporre all’imprenditore scenari nuovi, dove il guadagno non arriva dal vendere di più, ma dal vendere meglio e sprecare meno.

Durante il convegno Dialoghi Sostenibili a Villa Bornello avete portato un esempio concreto di riduzione dell’impatto ambientale grazie al redesign di un prodotto. Quali sono stati i principali insegnamenti emersi da quell’esperienza e cosa ci dice del futuro del design responsabile in Italia?
L’esperienza presentata a Dialoghi Sostenibili a Villa Bornello è stata importante perché ha mostrato in modo concreto e misurabile qualcosa che spesso resta solo teoria: quando un prodotto viene ripensato con criteri di ecodesign, l’impatto ambientale può diminuire molto, senza modificare in modo pesante la produzione e spesso senza aumentare i costi.
Nel caso portato al convegno abbiamo confrontato materiali diversi e progettato il prodotto pensando al suo fine vita. I risultati, verificati con un’analisi LCA, hanno confermato la validità dell’approccio.

Da questa esperienza sono emersi tre insegnamenti chiave:
- La sostenibilità è credibile solo se misurata, perché i numeri aiutano le aziende a prendere decisioni responsabili.
- L’ecodesign non è un dettaglio estetico: se applicato fin dall’inizio del progetto migliora prestazioni, costi, riciclabilità e competitività.
- L’innovazione passa dalla capacità di rendere i prodotti più durevoli, riparabili e attenti all’uso delle risorse.
Questo si inserisce perfettamente in ciò che sta avvenendo in Europa. Con il quadro ESPR, che introduce criteri obbligatori di ecoprogettazione e i passaporti digitali dei prodotti, l’Unione Europea sta dando una forte spinta al design sostenibile. La manifattura dovrà adeguarsi a standard più alti, ma avrà anche nuove opportunità se saprà progettare in ottica circolare.
Le aziende in Italia che già oggi lavorano con LCA, ecodesign e strategie circolari saranno le più competitive in un mercato che chiede prodotti non solo belli, ma anche misurabili dal punto di vista ambientale.
Il messaggio finale è chiaro: il design responsabile non è più solo una scelta etica, è una necessità tecnica, normativa ed economica. E l’Italia, grazie alla sua tradizione manifatturiera, può trasformare questa transizione in un vero vantaggio competitivo.
Progettare il cambiamento: il design responsabile come leva per l’industria del futuro
Il racconto di Studio Esedra dimostra che il design sostenibile non è un’estetica, ma un processo rigoroso e consapevole, che parte dai dati e arriva alla forma. In un momento storico in cui l’Unione Europea introduce strumenti concreti come l’EcoDesign for Sustainable Products Regulation (ESPR) e i passaporti digitali dei prodotti, la progettazione responsabile si conferma non solo una necessità ambientale, ma anche un vantaggio competitivo per chi sa coglierne le opportunità.
Con uno sguardo sempre rivolto al futuro, Studio Esedra ci ricorda che il cambiamento passa dal progetto — e da chi, ogni giorno, sceglie di ripensarlo in modo intelligente.

Studio Esedra
Studio Esedra è una realtà con oltre vent’anni di esperienza nel design di prodotto, nell’ottimizzazione industriale e nello sviluppo di soluzioni sostenibili.
Fin dalla sua fondazione, lo studio ha saputo leggere le evoluzioni del mercato, ampliando progressivamente il proprio raggio d’azione per rispondere in modo concreto alle nuove esigenze globali.
Inizialmente focalizzato sulla progettazione e ingegnerizzazione industriale, Studio Esedra ha integrato nel tempo competenze avanzate in ambito ambientale, offrendo oggi un approccio completo che affianca al design l’analisi dell’impatto ambientale lungo tutto il ciclo di vita del prodotto.
Oggi il team di Studio Esedra si distingue per un metodo che non si limita al disegno, ma abbraccia una visione olistica del progetto, coinvolgendo l’intera filiera produttiva e il consumatore finale. Un vero e proprio ecosistema di innovazione industriale, capace di generare soluzioni tecniche all’avanguardia, pensate per un futuro responsabile.
Questa evoluzione si riflette anche nella scelta strategica di rafforzare la propria presenza sul territorio con l’apertura di una nuova sede a Milano, punto nevralgico per l’industria creativa e il design contemporaneo.
