
We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS
Con il programma We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS, ospitato negli spazi di dell’ex Ansaldo, la Design Week si è trasformata in un laboratorio aperto dove ricerca, arte e progettazione sono diventati strumenti per leggere il presente e immaginare modi diversi di stare insieme.
Qui il design non è stato solo estetica o prodotto finito, ma un linguaggio politico che ha parlato di accesso, condivisione e soprattutto di riuso: riuso degli spazi, delle idee e dei modi di abitare la città.




Intervista a Giulia Cugnasca, curatrice della sezione design di BASE Milano
Qual è il messaggio principale di We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS?
We Will Design – HELLO DARKNESS è un invito a ripensare il ruolo del design in un momento storico segnato da crisi ecologiche, sociali e percettive. In un contesto che richiede costante visibilità, chiarezza e performance, il progetto propone invece l’opacità come condizione necessaria per costruire nuove forme di relazione, conoscenza e immaginazione. La “darkness” non è intesa come assenza, ma come spazio fertile: un luogo in cui pratiche emergenti, marginali o ancora in formazione possono svilupparsi lontano dalle logiche dominanti. Nelle zone più profonde la vita non scompare, ma si riorganizza.
Allo stesso modo, il design diventa una pratica situata e critica, capace non solo di rispondere al presente, ma di aprire possibilità alternative per il futuro. Immaginare We Will Design è stato, per BASE, una necessità come istituzione culturale: utilizzare la Design Week per portare l’attenzione sulla ricerca e sulle nuove generazioni.
Si riflette su un doppio binario: progettazione/design/abitare e dimensione socio-politica del lavoro. Quali evidenze emergono e come si intrecciano?
We Will Design mette in evidenza come il design non sia più separabile dalle condizioni sociali, economiche e politiche in cui si produce. Da un lato emergono pratiche progettuali che ripensano l’abitare come esperienza collettiva, temporanea e relazionale, lontana da modelli standardizzati e orientati esclusivamente al mercato. Dall’altro si riflette sul lavoro creativo, soprattutto tra le giovani generazioni, spesso segnato da precarietà, informalità e da una continua negoziazione tra visibilità e autonomia. In questo senso, l’opacità diventa anche una strategia: sottrarsi alle logiche di iper-esposizione e produttività continua per costruire spazi di sperimentazione più liberi. I due piani si intrecciano profondamente: i nuovi modi di abitare e progettare sono direttamente influenzati da queste condizioni di lavoro, e viceversa. Le pratiche emergenti mostrano come sia possibile trasformare vincoli e fragilità in risorse progettuali, generando nuovi modelli di collaborazione, apprendimento e produzione.
All’interno di We Will Design, alcuni formati assumono infatti una valenza esplicitamente politica. Il campeggio, ad esempio, apre una riflessione sull’effettiva accessibilità a eventi come la Design Week per le nuove generazioni, mettendo in luce la mancanza di sostegni strutturali e le barriere economiche e sociali alla partecipazione. Allo stesso modo, Temporary Home insiste sul valore della ricerca e del processo, andando oltre la temporalità limitata delle “settimane” per riaffermare una continuità del lavoro progettuale e curatoriale.
Quali tendenze emergono nell’ambito dell’abitare/design/progettazione?
Ogni anno BASE lancia una open call per mappare i progetti più interessanti e intercettare i trend emergenti nel campo del design e della progettazione. Questo avviene a partire da un tema curatoriale – quest’anno appunto è HELLO DARKNESS – che orienta la ricerca e invita designer, ricercatori e practitioner a confrontarsi con le urgenze del presente.
La selezione nasce da questo impianto curatoriale, sviluppato insieme alle Design Ambassador Cecilia Casabona, Giulia Tomasello e Matilde Losi, e restituisce una scena fortemente interdisciplinare, in cui il design si intreccia con pratiche sociali, tecnologiche ed ecologiche.
Da questa mappatura emergono quattro grandi traiettorie di ricerca. Communities indaga pratiche di inclusione, rappresentazione e costruzione di nuove soggettività, interrogando anche forme di convivenza e organizzazione collettiva. Environmentalism raccoglie ricerche che spaziano tra biodesign, pratiche rigenerative e riflessioni sui sistemi produttivi. Media & Tech esplora il rapporto tra umano e artificiale, soffermandosi sulle relazioni tra dati, percezione e interfacce. Infine, Rituals si concentra su pratiche che attraversano il corpo, la memoria e le dimensioni simboliche del vivere collettivo, intendendo il design come pratica relazionale e spesso non immediatamente visibile.
Che prospettive ci sono per il futuro del settore?
Il futuro del design appare sempre meno legato alla produzione di oggetti e sempre più orientato verso la costruzione di condizioni: sociali, ecologiche e relazionali. Il designer non è più solo un autore, ma un facilitatore, un mediatore, un attivatore di processi.
In questo scenario, pratiche speculative, collaborative e transdisciplinari acquisiscono sempre maggiore rilevanza. Il design si configura come uno strumento critico capace di operare dentro l’incertezza, affrontando complessità e instabilità non come problemi da risolvere, ma come contesti da abitare.
Progetti come We Will Design indicano una possibile direzione: un design che non punta necessariamente alla visibilità o all’ottimizzazione, ma che lavora sulla costruzione di comunità, sulla condivisione del sapere e sull’immaginazione di futuri più inclusivi e sostenibili. In questo senso, una delle sfide principali per We Will Design è quella di consolidarsi sempre più come piattaforma, capace di attivare connessioni e creare ponti tra istituzioni, realtà indipendenti e aziende, favorendo forme di collaborazione più aperte e ibride.

Il progetto “Temporary Home” è stato un programma di residenze dedicato ad artisti e designer, che hanno accolto temporaneamente persone creative all’interno della città, offrendo loro uno spazio e un tempo per lavorare, osservare e instaurare un dialogo diretto con il contesto urbano. In questo scenario, gli studenti di discipline come il design o l’architettura non erano semplici spettatori, ma parte attiva del processo, contribuendo in modo concreto all’esperienza. Il fulcro del progetto è stato però l’atto del “documentare” in tempo reale: anziché limitarsi a presentare un esito finale, l’attenzione si è concentrata sul racconto del processo mentre prendeva forma, restituendo la complessità e la vitalità delle fasi intermedie. Gli studenti hanno affiancato gli artisti durante la il soggiorno, accompagnandoli nell’esplorazione della città, attraversando spazi, quartieri e comunità, e osservandone le dinamiche. Durante questo percorso hanno raccolto una varietà di materiali — testi, fotografie, video e interviste — che sono diventate la base per la costruzione di un diario collettivo. Questo diario si configura come una narrazione condivisa e in continua evoluzione, capace di restituire in modo corale l’esperienza vissuta.
L’accoglienza come parte integrante della progettazione
Lo spazio non è più definito una volta per tutte, ma si costruisce attraverso l’uso, diventando una sorta di infrastruttura sociale in continua negoziazione. Questo approccio ha una forte valenza politica perché mette al centro il tema dell’abitare nelle grandi città, dove artisti, designer e giovani professionisti spesso non hanno accesso a condizioni stabili, soprattutto durante eventi come la Design Week; per questo BASE sperimenta da anni forme alternative di ospitalità come la foresteria casaBASE e il campeggio urbano in terrazza, trasformando l’accoglienza in parte integrante della progettazione culturale.

Un laboratorio delle tematiche più attuali
Anche la residenza casaBASE diventa un dispositivo flessibile dove abitare e produrre si sovrappongono, ospitando progetti internazionali sostenuti da realtà come il British Council, tra cui esplorazioni che intrecciano cibo, tecnologia e memoria come Technospoonism di Bianca Carague o archivi sensoriali come Olfactory Echoes di Lucrezia Alessandroni, dimostrando come il design possa raccontare trasformazioni culturali e climatiche attraverso linguaggi ibridi.
In parallelo, altri progetti affrontano il corpo, la percezione e la vita quotidiana come territori politici, dal biodesign di RED NOISE di Cristina Dezi fino alle simulazioni domestiche interattive di A Dream House di Saúl Baeza e Manuela Valtchanova, dove la casa digitale diventa uno spazio da riscrivere collettivamente. Il cuore della manifestazione è l’esposizione Exhibit, un grande ambiente attraversabile che riunisce oltre 80 designer da 23 Paesi, selezionati attraverso una call internazionale, e che trasforma 4000 metri quadrati in un paesaggio di pratiche, idee e narrazioni in cui il visitatore non è spettatore ma parte attiva.


L’esposizione Exhibit, cuore dell’evento. Si tratta di una piattaforma collettiva che ha interpretato il design come strumento critico e trasformativo, capace di affrontare le sfide contemporanee e immaginare nuovi rituali condivisi. Più che una mostra tradizionale, è stata uno spazio aperto e attraversabile, dove il pubblico poteva muoversi liberamente tra progetti, pratiche e narrazioni.
Il percorso si è sviluppato attorno a quattro temi — Ambiente, Comunità, Media e Tecnologie — intesi non come categorie rigide ma come ambiti di dialogo che mettono in relazione approcci, contesti e sensibilità diverse. Nella sezione dedicata alle Comunità, i progetti hanno esplorato inclusione, rappresentazione e nuove forme di soggettività, con contributi di artisti e designer internazionali e collettivi di ricerca.
Il layout: prima espressione del concetto di flessibilità architettonica
Le opere sono organizzate non come categorie rigide ma come campi fluidi che mettono in relazione comunità, ecologie, media e ritualità contemporanee, suggerendo che anche il design può diventare uno strumento per ripensare le forme dell’abitare collettivo.
In questo contesto, il riuso non è solo materiale ma anche sociale e culturale: riusare significa ripensare infrastrutture esistenti, reinventare funzioni e dare nuova vita a ciò che è già presente, trasformando la città in un organismo adattabile. Tra le istituzioni coinvolte ci sono Politecnico di Milano con la sua Scuola del Design – Politecnico di Milano, Royal College of Art, Domus Academy e RUFA – Rome University of Fine Arts, che contribuiscono a costruire una rete internazionale di ricerca sul progetto contemporaneo.
Anche grandi aziende e partner come Continental ed Elanco partecipano con installazioni che reinterpretano esperienza sensoriale, relazione e tecnologia, mentre collettivi e studi indipendenti come MNEMO o Frakas lavorano sulla dimensione narrativa del progetto.
L’intero programma suggerisce una visione dell’abitare come pratica aperta e politica, dove la casa non è più solo un oggetto privato ma un sistema condiviso, mutevole e attraversato da relazioni, e dove il design diventa uno strumento per immaginare nuove forme di convivenza, più flessibili, più accessibili e capaci di rispondere alle crisi contemporanee senza chiudersi, ma aprendosi alla trasformazione continua della vita urbana.
BASE Milano
BASE Milano è un centro culturale e creativo nato dalla riconversione degli ex stabilimenti industriali Ansaldo nel quartiere Tortona di Milano, un’area che un tempo ospitava officine e produzione meccanica pesante e che oggi è diventata uno dei poli della creatività urbana; la storia del luogo parte infatti dall’epoca industriale del Novecento quando gli spazi Ansaldo erano dedicati alla costruzione e manutenzione di macchinari e infrastrutture, per poi attraversare una fase di dismissione e abbandono fino al progetto di rigenerazione urbana che ha trasformato le vecchie fabbriche in uno spazio pubblico per eventi, mostre, coworking e sperimentazione culturale, mantenendo però la memoria industriale originaria visibile nell’architettura grezza e nelle strutture in ferro e cemento.

FAQ Base Milano | We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS
BASE Milano MDW 2026: We Will Design – Hello Darkness tra flessibilità architettonica, riuso e design come presa di posizione politica e sociale.
Che cos’è We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS?
È il programma curatoriale presentato da BASE Milano durante la Milano Design Week 2026, che ha proposto una riflessione critica sul design contemporaneo come pratica politica, sociale ed ecologica, andando oltre la semplice esposizione di oggetti.
Qual è il significato del tema “Hello Darkness”?
La “darkness” viene interpretata come uno spazio fertile e generativo, dove pratiche emergenti e marginali possono svilupparsi lontano dalle logiche dominanti di visibilità e performance, aprendo nuove possibilità per il design.
In che modo il design assume una valenza politica nell’evento?
Il design viene presentato come strumento critico capace di affrontare temi come accessibilità, sostenibilità del lavoro creativo e inclusione, mettendo in relazione progettazione, condizioni sociali ed economiche e nuove forme di abitare.
Quali sono le principali tendenze emerse nel design contemporaneo?
Dalla open call del programma emergono quattro traiettorie principali: comunità e inclusione, ambientalismo e biodesign, media e tecnologia, e ritualità legate al corpo e alla dimensione simbolica del vivere collettivo.
Come viene interpretata la flessibilità architettonica a BASE Milano?
La flessibilità si traduce in spazi trasformabili e adattabili, come dimostra il progetto IDIORYTHMIA – RE-U construction system dello studio Smarin, che permette di riconfigurare gli ambienti in base a diverse funzioni e usi.
Qual è il ruolo dell’accoglienza e dell’ospitalità nel progetto?
BASE integra l’ospitalità nella progettazione culturale attraverso soluzioni come casaBASE e il campeggio urbano, offrendo alternative concrete per sostenere giovani designer e rendere più accessibile la partecipazione alla Design Week.
Quali prospettive future emergono per il settore del design?
Il design si orienta sempre più verso la creazione di condizioni sociali, ecologiche e relazionali, con designer che agiscono come facilitatori e attivatori di processi, privilegiando collaborazione, sostenibilità e immaginazione di futuri condivisi.

