
Alla fine del primo quarto di secolo, gli interni appaiono più consapevoli, ibridi e responsabili. L’innovazione non è più fine a sé stessa, ma orientata a ridurre l’impatto ambientale, migliorare il benessere e raccontare un nuovo rapporto tra uomo, spazio e natura. Un bilancio positivo, ma ancora aperto: perché l’abitare sostenibile, più che una destinazione, è un processo in continua evoluzione.
L’interno di oggi non è solo più efficiente o più “verde”: è il risultato di una nuova sensibilità estetica in cui la sostenibilità non appare come un vincolo ma come una risorsa creativa. I materiali raccontano storie di filiere pulite, di riciclo intelligente, di innovazione biologica. Le superfici non sono più inerti ma attive, capaci di prendersi cura di chi vive gli spazi.
Se il Novecento ha consacrato l’idea di modernità attraverso l’acciaio e il vetro, i primi venticinque anni del nuovo millennio segnano invece l’era della materia viva, circolare e intelligente. E il design d’interni, oggi, somiglia sempre più a un dialogo costante tra natura e tecnologia.
Abitare sostenibile: legno ingegnerizzato e biomateriali, la nuova grammatica del costruire interni
Il ritorno alla materia viva è una delle tendenze più evidenti del design degli ultimi venticinque anni. Solo che oggi il legno non è più soltanto massello o impiallacciato: ha assunto forme ingegnerizzate capaci di migliorare stabilità, resistenza e sostenibilità.
Questi materiali non imitano quelli tradizionali, ma dichiarano la propria natura, introducendo texture irregolari, cromie organiche e una nuova idea di bellezza, più vicina ai cicli naturali che alla perfezione industriale.
CLT (Cross-Laminated Timber)
Nato per l’edilizia strutturale, il CLT ha trovato un ruolo crescente anche negli interni: superfici a vista, setti portanti lasciati “nudi”, pannellature che diventano quinte materiche dal forte impatto estetico. La sua filiera è certificabile, il bilancio carbonico può essere negativo e il comfort abitativo deriva dalla naturale regolazione dell’umidità.
Il progetto m.o.r.e. CLT Cabin in Canada
m.o.r.e. Cabin è un progetto piuttosto estremo che mette in discussione l’immagine romantica del cottage nordamericano immerso nella natura, mostrando come l’apparente integrazione paesaggistica non coincida necessariamente con una reale sostenibilità. Al contrario, la cabin sceglie una relazione più distaccata e leggera con il territorio, riducendo al minimo l’impatto ambientale attraverso soluzioni strutturali e tecnologiche mirate.
Grazie a un’unica fondazione, a un pilastro in acciaio, all’uso efficiente del legno CLT e a una struttura “piegata” che consente lo sbalzo, l’edificio limita il consumo di suolo e di materiali ad alta impronta di carbonio. La costruzione off-grid, alimentata da energia solare e dotata di sistemi passivi ed efficienti di ventilazione e riscaldamento, rafforza questa visione responsabile, che si estende anche alla tutela della fauna locale, integrando spazi per i pipistrelli in via di estinzione.


Micelio
È forse il materiale che più ha conquistato immaginazione e sperimentazione. Leggero, biodegradabile, sorprendentemente resistente, il micelio (la parte vegetativa dei funghi) viene coltivato in stampi e trasformato in pannelli fonoassorbenti, arredi scultorei, lampade. Gli interni rivestiti in micelio restituiscono un’estetica quasi organica, in cui la materia sembra crescere piuttosto che essere prodotta.
Canapa
Dai biomattoni all’isolamento, la canapa ha portato con sé un’estetica fibrosa, calda, materica. Ma negli interni sta trovando oggi applicazioni più raffinate: tessuti tecnici, pannelli termoacustici e superfici composite che uniscono leggerezza e resistenza, offrendo anche eccellenti performance igrometriche.


La nuova sede del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Pisa nasce nel Parco di Migliarino San Rossore come campus unico e modello di edilizia pubblica sostenibile, ispirato alle architetture rurali toscane. L’edificio utilizza biomattoni in canapa e calce (realizzati da Tecnocanapa by Senini e certificati EPD e Biosafe) per le murature, capaci di garantire comfort, salubrità ed elevata efficienza energetica, sottraendo e stoccando oltre 30 tonnellate di CO₂. Il complesso, progettato come NZEB, integra sonde geotermiche, impianto fotovoltaico, recupero delle acque piovane e sistemi di protezione solare, coniugando didattica, ricerca e rispetto dell’ambiente.
Alghe e materiali marini
Nuove frontiere della bioinnovazione arrivano dal mare: bioplastiche derivate da alghe, rivestimenti ottenuti da gusci di crostacei, fogli flessibili ricavati da macroalghe pressate. Colori cangianti, texture “marine” e una sensazione tattile inedita stanno ridisegnando l’identità di spa, ristoranti e ambienti domestici dal mood contemporaneo.
Materie e fibre naturali in progetti che evocano il valore del cosmo
La sostenibilità è nei contenuti ma anche nel concept. Si riflette come non mai prima sull’importanza di tutte le cose che compongono l’universo, nella consapevolezza di essere testimoni di grandi cambiamenti.

Elisa Ossino firma per Amini la collezione di arazzi I Mari della Luna, una serie di tappeti concepiti come opere d’arte da parete. Realizzati in lana ad alto spessore, sono lavorati attraverso incisioni e tagli artigianali che creano superfici materiche e tridimensionali, trasformando il tappeto in un vero concetto spaziale. Le opere evocano i paesaggi lunari e diventano metafora dei profondi cambiamenti del nostro tempo, proponendo una riflessione sulla crisi climatica e sull’importanza dell’economia circolare. Ogni soggetto (da Mare Imbrium a Mare Tranquillitatis fino a Mare Insularum) racconta trasformazioni cosmiche e terrestri, richiamando l’idea di un’umanità unita di fronte alle sfide ambientali.
Pitture e finiture eco-attive: superfici che respirano, depurano, proteggono
L’attenzione alla qualità dell’aria indoor ha accelerato la diffusione di rivestimenti intelligenti, in grado di interagire con l’ambiente invece di limitar si a decorarlo.
Se un tempo le finiture avevano un ruolo prevalentemente estetico, oggi diventano elementi funzionali e performativi. Le vernici fotocatalitiche, ad esempio, sono in grado di ridurre gli agenti inquinanti presenti nell’aria, trasformando le superfici in alleate del benessere indoor. Sempre più utilizzate in abitazioni, scuole e uffici, rispondono alla crescente attenzione verso la qualità dell’aria negli spazi chiusi. Parallelamente, le tinte naturali (a base di terre, calce, caseina o pigmenti vegetali) tornano protagoniste, rivisitate con formulazioni più stabili e performanti. Offrono superfici materiche, cromaticamente profonde e prive di sostanze nocive, ideali per un abitare sano e consapevole.
Non mancano i rivestimenti antibatterici e autopulenti, sviluppati grazie alle nanotecnologie e sempre più diffusi in cucine, bagni e spazi pubblici. La superficie diventa così un dispositivo attivo, capace di rispondere alle esigenze igieniche e ambientali della vita contemporanea.
Vernici fotocatalitiche
Sfruttando il biossido di titanio e la luce naturale o artificiale, queste pitture abbattono composti organici volatili (VOC), odori e agenti inquinanti. Sono diventate comuni in scuole, ospedali e abitazioni urbane: una tecnologia invisibile che contribuisce a creare microclimi più sani.
Tinte naturali
Caseinati, pigmenti vegetali, terre coloranti: dopo anni di chimica sintetica, la verniciatura torna alle origini. Le palettes naturali portano con sé sfumature più morbide, irregolari, profonde. Gli ambienti appaiono più caldi, tattile la percezione visiva, più umana la resa cromatica.

Rivestimenti antibatterici e antivirali
Laminate e superfici con ioni d’argento o nanotecnologie protettive hanno trovato grande diffusione dopo l’ondata pandemica. Oggi vengono impiegate in cucine, bagni e aree di lavoro, contribuendo a un’idea di casa come spazio protetto, performante e consapevole.

Upcycling e materiali di recupero: dal rifiuto al progetto iconico
Uno dei segnali più chiari della maturità raggiunta dal design sostenibile è l’affermazione dell’upcycling come pratica progettuale strutturata. Non si tratta più di soluzioni artigianali o episodiche, ma di veri e propri sistemi industriali basati sul recupero di materiali post-consumo o post-industriali. Pannelli realizzati con scarti tessili, superfici in plastica riciclata proveniente dagli oceani, pavimentazioni ottenute da vetro o gomma rigenerata: gli interni raccontano storie di trasformazione e responsabilità. In alcuni casi studio, vecchi infissi diventano arredi su misura, travi dismesse si trasformano in tavoli o boiserie, mentre residui di lavorazioni industriali trovano nuova vita come rivestimenti decorativi. Le tecniche di upcycling si affinano grazie alla progettazione digitale e alla prefabbricazione, dimostrando che sostenibilità e qualità estetica non solo possono coesistere, ma rafforzarsi a vicenda.
L’economia circolare è un processo progettuale maturo, spesso industrializzato, basta pensare agli arredi da plastiche rigenerate, brand e designer sfruttano reti da pesca recuperate, rifiuti post-consumo e scarti industriali per creare sedute, pannelli e superfici continue dal look high-tech; il metallo di scarto diventa protagonista in cucine, librerie e complementi, valorizzato attraverso piegature, ossidazioni controllate e finiture cerate; il legname di demolizione come travi, parquet antichi, assi provenienti da edifici storici viene reimmaginato come boiserie contemporanee o piani di lavoro dal fascino irregolare.
Anche le tecniche di lavorazione si evolvono, dal patchworking materico, l’accostamento di materiali eterogenei (dalla ceramica recuperata ai frammenti di vetro riciclato), si ottengono superfici mosaicate dall’effetto artigianale; la ricomposizione a caldo, con scarti plastici o tessili che vengono fusi e pressati, crea nuove lastre con effetti simili al terrazzo veneziano; le bio-resine a basso impatto sono utilizzate come leganti naturali per inglobare materiali di scarto in pannelli decorativi e arredi custom.

E la plastica, che fine ha fatto? Ci risponde l’architetto Frida Doveil, curatrice della mostra OLTREPLASTICA
Anche la plastica nel nuovo millennio acquisisce un’immagine più etica e consapevole, un viaggio che viene ripercorso nella mostra OLTREPLASTICA, sul mutamento in atto in questo materiale contemporaneo e sul ruolo che il design svolge nel ripensare la materia, il progetto, la responsabilità.
Curata da Frida Doveil e realizzata da ADI Design Museum con il sostegno di Eni, Main Partner del museo, l’esposizione indaga i processi di trasformazione che portano la plastica ad andare “oltre” la propria essenza, approfondendo il legame tra cultura materiale, innovazione industriale e sostenibilità ambientale. L’abbiamo chiesto alla curatrice, l’architetto Frida Doveil.
Quale percorso della plastica si racconta in questa mostra?
Si racconta di una inversione di tendenza. Tutto il secolo scorso è stato di successo per questo materiale, utilizzato a piene mani nell’innovazione di design per interpretare in chiave moderna gli oggetti del quotidiano. E OLTREPLASTICA parte proprio da un omaggio a quell’alleanza tra plastica e design con un richiamo alla plastica degli inizi attraverso 5 plastiche iconiche del ‘900 testimoniate da altrettanti premi Compasso d’Oro: dalla gomma piuma Pirelli della scimmietta Zizì di Bruno Munari, Compasso d’Oro 1954, all’ABS del televisore Algol Brionvega disegnato da Marco Zanuso con Richard Sapper, Menzione d’Onore Compasso d’Oro 1970, realizzato in ABS, e oramai introvabile proprio come la Zizì.
Oggi tuttavia viene chiesto alla plastica di abbandonare quelle strade dell’innovazione e di percorrerne di nuove ambientalmente compatibili. OLTREPLASTICA racconta quanti e quali opzioni abbia a disposizione il design contemporaneo per scegliere plastiche intelligenti non solo dal punto di vista delle performance, ma anche dal punto di vista ambientale. Racconta come questo materiale stia andando “oltre” la sua natura fossile originaria con almeno due grandi modalità. La prima, tutto sommato invisibile, basata sulla reinterpretazione della plastica convenzionale in chiave circolare, per ridurne l’impatto. La seconda, più radicale, basata sulla trasformazione della plastica in un materiale di origine biologica e del quale sia possibile progettare il fine vita per ottenere non solo la biodegradabilità, ma anche la sua completa degradazione in componenti più semplici e non nocivi all’ambiente.

Negli ultimi 25 anni come è cambiato questo materiale?
A dire il vero con l’ingresso nel nuovo millennio tutti i materiali hanno affrontato una profonda mutazione dovuta all’urgenza delle problematiche ambientali. Una mutazione che è tanto irreversibile quanto inarrestabile, ma in fondo solo ai primi passi. In un quadro generale in cui è necessaria una accelerazione verso soluzioni ambientalmente compatibili, anche la grande famiglia delle materie plastiche che per oltre un secolo era cresciuta e si era diversificata senza sosta, acquisendo proprietà sempre più specifiche e avanzate, segue oggi un cambio di rotta che la porta a diventare una materia nuova con caratteristiche ambientalmente plausibili.
OLTREPLASTICA suggerisce che la plastica del nuovo millennio richieda non solo un modo nuovo di nominare questo materiale, ma anche un modo nuovo di classificarla, proprio per aiutarci a scegliere i materiali polimerici più adatti di volta in volta per compiere scelte consapevoli.

Quali sono gli elementi che maggiormente lo qualificano per diventare parte attiva nella transizione ecologica e quindi nel design del futuro?
Sempre di più uno degli elementi fondamentali per potere andare verso un’oltreplastica a basso impatto è l’eliminazione o almeno la drastica riduzione dell’uso di fonti non rinnovabili, caratteristica propria delle plastiche convenzionali di origine fossile. Ma per attuare un cambio di rotta significativo della plastica convenzionale occorre mettere in campo due azioni fondamentali: puntare da un lato sulla circolarità dei processi e delle risorse dai quali si parte per produrre i materiali polimerici; e progettare, ogni volta che sia possibile, il fine vita di materiali e prodotti. Queste due strategie seguono percorsi differenti sebbene le finalità siano simili e non sempre gli elementi che li caratterizzano sono così evidenti.
Le caratteristiche proprie della plastica reinterpretata in chiave circolare, ad esempio, possono essere relativamente invisibili, perché si tratta di interventi sulla materia di partenza che porta a materiali del tutto identici nelle caratteristiche e nell’aspetto a quelli di origine fossile. La chiamo l’innovazione invisibile proprio per il fatto che, ad esempio, una seduta come la Louis Ghost, prodotta dalla Kartell in policarbonato derivato da fonti rinnovabili come scarti di cellulosa e della carta, è del tutto identica all’apparenza di una realizzata con un policarbonato tradizionale, ma porta con sé un vantaggio notevole dal punto di vista ambientale: fino al 60% di riduzione delle emissioni di CO2 rispetto alla versione fossile.
Una innovazione invisibile è anche quella del riciclo chimico che permette, ad esempio, di ottenere dal recupero di reti da pesca dismesse e di vecchie moquette in nylon, una poliammide di qualità altrettanto elevata del polimero vergine, e a sua volta riciclabile all’infinito, come Econyl®, prodotto dall’italiana Aquafil e utilizzato oggi nel mondo della moda e del design in sostituzione del polimero vergine.
Chiaramente fare design consapevole non significa solamente scegliere un materiale a minore impatto, significa anche lavorare a prodotti durevoli che rientrino in strategie circolari e abbiamo un fine vita progettato.
In mostra abbiamo la sneaker Roku della spagnola Camper che per le suole utilizza una miscela ultraleggera composta per il 51% da scarti post-industriali recuperati dal processo di produzione, l’XL EXTRALIGHT® SUSTAINABLE+ di Finproject Versalis. Una scelta certamente necessaria per una scarpa concepita con l’idea che il consumatore finale possa e debba contribuire a un’economia circolare: i sei componenti di Roku, facilmente assemblabili e disassemblabili, possono essere sostituiti, riparati, o riacquistati anche singolarmente con l’intento di fare durare a lungo il prodotto.
L’altro grande territorio di innovazione che permette alla plastica di diventare parte attiva nella transizione ecologica e quindi del design nel futuro è lo sviluppo delle plastiche bio-based.
Di queste plastiche di origine biologica OLTREPLASTICA racconta che stanno entrando nella produzione industriale e che stanno dando vita ad altre due nuove tipologie piuttosto inattese alcuni anni fa: la plastica rigenerata da scarti e residui del cibo, dell’agricoltura o dell’industria ittica, e la plastica biofabbricata da organismi viventi, come funghi o batteri a esempio, più recente e forse più affascinante soprattutto per le giovani generazioni.
Si tratta di cambiamenti già entrati in parte nel quotidiano dell’abitare anche se relativamente poco conosciuti. Quanti di noi sanno che a rendere le nostre pareti fonoassorbenti può essere la tecnologia del micelio applicata alla biofabbricazione di componenti per l’interior e l’architettura? Eppure i primi materiali biofabbricati industrialmente con la tecnologia del micelio per la produzione dei pannelli e delle pavimentazioni Mogu SQIM sono italiani, prodotti in Lombardia. Un’altra buona ragione per dire che è importante andare a conoscere l’OLTREPLASTICA più da vicino.

FAQ Abitare sostenibile
L’interior design si presenta oggi come uno dei campi più dinamici della progettazione contemporanea. La casa — e più in generale lo spazio abitato — è diventata un laboratorio di sperimentazione dove sostenibilità, innovazione tecnologica e consapevolezza ambientale non sono più trend emergenti, ma prerequisiti progettuali. Materiali, finiture e processi produttivi raccontano un cambio di paradigma che sta ridisegnando gli interni in modo profondo e duraturo. Alcune delle FAQ più ricercate dagli utenti online.
Quali materiali stanno ridefinendo il design d’interni nel nuovo millennio?
Legno ingegnerizzato (come il CLT), biomateriali quali micelio, canapa e alghe, plastiche circolari o bio-based e materiali derivati dall’upcycling sono oggi protagonisti. Queste materie non imitano quelle tradizionali, ma introducono nuove estetiche organiche, performanti e consapevoli.
Che cosa si intende oggi per abitare sostenibile negli interni?
Oggi l’abitare sostenibile non riguarda solo il risparmio energetico, ma un approccio sistemico che integra salute indoor, materiali a basso impatto, filiere responsabili ed economia circolare. Gli interni diventano ecosistemi domestici capaci di migliorare il benessere delle persone e ridurre l’impronta ambientale lungo tutto il ciclo di vita dei materiali.
In che modo le superfici e le finiture contribuiscono al benessere abitativo?
Le superfici non sono più solo decorative: vernici fotocatalitiche, tinte naturali, rivestimenti antibatterici e autopulenti migliorano la qualità dell’aria indoor, riducono VOC e agenti inquinanti e aumentano la salubrità degli spazi, rendendo la casa un ambiente attivo e protettivo.
Che ruolo ha l’upcycling nel design degli interni contemporanei?
L’upcycling è diventato un processo progettuale maturo e spesso industrializzato. Scarti tessili, plastiche rigenerate, legno di demolizione e metalli recuperati vengono trasformati in arredi e superfici di alta qualità estetica, dimostrando che sostenibilità e design iconico possono rafforzarsi a vicenda.
Qual è il futuro della plastica nell’abitare sostenibile?
La plastica non scompare, ma evolve “oltre” la sua origine fossile. Attraverso processi circolari, riciclo chimico e lo sviluppo di plastiche bio-based o biofabbricate, diventa un materiale più responsabile, con fine vita progettato e riduzione significativa delle emissioni, mantenendo elevate performance tecniche ed estetiche.
Foto in apertura: m.o.r.e. CLT Cabin – Lac Du Brochet, Wakefield, Quebec, Canada, 2021 di Kariouk Architects
