BASE Milano: la MDW 2026 tra flessibilità progettuale e presa di posizione politica

Nel cuore di zona Tortona/Navigli (Zona 6), l’hub culturale BASE MILANO, ha proposto l’evento We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS, una riflessione su numerosi temi cruciali dell’attualità, non tutti legati strettamente alla progettazione, come la sostenibilità economica del lavoro culturale prodotto dai giovani designer, un tema politico affidato al linguaggio grafico che si intreccia con il concetto di flessibilità architettonica. Ne abbiamo parlato con Giulia Cugnasca, curatrice della sezione design.

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BASE Milano la MDW 2026 tra flessibilità progettuale e presa di posizione politicaDurante la Milano Design Week, BASE Milano (zona Tortona) ha costruito un racconto che va oltre la semplice esposizione di oggetti e tende a diventare una storia collettiva su come si vive, si lavora e si abita oggi, mettendo al centro l’idea che lo spazio non sia mai fisso ma possa cambiare forma, funzione e significato in base alle persone che lo attraversano.

We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS

Con il programma We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS, ospitato negli spazi di dell’ex Ansaldo, la Design Week si è trasformata in un laboratorio aperto dove ricerca, arte e progettazione sono diventati strumenti per leggere il presente e immaginare modi diversi di stare insieme.

Qui il design non è stato solo estetica o prodotto finito, ma un linguaggio politico che ha parlato di accesso, condivisione e soprattutto di riuso: riuso degli spazi, delle idee e dei modi di abitare la città.

We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS
Uterine Spaces, di Selenia Marinelli, si configura come una ricerca bio-architettonica che indaga nuove forme di convivenza tra specie, attraverso ambienti cresciuti da biomateriali come il kombucha (SCOBY) e bioplastiche tessili. Ispirandosi al potenziale generativo e metamorfico dell’utero, il progetto ridefinisce l’architettura come organismo vivente, plasmato da fermentazione, decomposizione e pratiche di cura, in aperta critica alle logiche antropocentriche del design. Tradotto in uno spazio immersivo a scala umana, invita il visitatore a entrare in una dimensione intima, organica e ombrosa, dove emergono coabitazione, trasformazione e una sensibilità ecologica profondamente incarnata

 

We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS
Flössern – in fluent di Laurin Böhm è una zattera realizzata a mano che si trasforma in una stazione di monitoraggio itinerante che scivola sul Reno, diventando uno strumento di ricerca fuori dagli schemi. La struttura invita a un contatto diretto con il paesaggio fluviale e con le comunità, gli ecosistemi e le istituzioni che lo abitano. Ispirato alle pratiche preindustriali della navigazione su zattera, il progetto riflette sull’impatto degli standard industriali nel modellare il nostro rapporto con i fiumi. In ogni tappa, il dialogo con scienziati, etnologi e ingegneri genera letture situate dei contesti attraversati, trasformate poi in interventi visivi e spaziali. Al posto delle merci, la zattera trasporta narrazioni, saperi e prospettive alternative

 

I lavelli colorati in cucina sono una soluzione sempre più scelta per personalizzare l’ambiente e creare continuità con il piano di lavoro.
Chéri Magazine – Gemma Ferriero, Eugenia Garavaglia & Flavia Franciscone, sono gli autori di Una stanza per fare l’amore, un luogo pensato come esperienza da vivere con curiosità, senza istruzioni. Non è solo uno spazio fisico, ma un invito a innamorarsi di ciò che lo compone: design, oggetti, libri e suoni. Al centro, Chéri magazine che unisce arte ed erotismo, diventa parte dell’ambiente e ne amplifica il senso. È un paesaggio da esplorare con lentezza, dove l’eros è visto come energia creativa: desiderio di bellezza e conoscenza

 

BASE Milano: l’invisibile diventa progetto per una città più elastica e condivisa

In un momento storico in cui tutti mirano a stare al centro della scena, a farsi notare, il contesto BASE ha scelto il profilo riservato di chi lavora sull’invisibile, sull’instabile e sul fragile come materia fertile per nuove possibilità. L’ex area industriale si è trasformata così in un ecosistema temporaneo fatto di installazioni, pratiche immersive e momenti collettivi che hanno messo in discussione l’idea tradizionale di spazio statico, suggerendo invece una città più elastica e adattabile.

Come ha raccontato la direttrice del programma design Giulia Cugnasca, il progetto nasce da un lavoro lungo fatto di residenze, alleanze internazionali e sperimentazioni che intrecciano cultura e società, con l’obiettivo non solo di mostrare ma di creare condizioni reali per chi produce ricerca, soprattutto per le nuove generazioni di progettisti, affrontando anche il tema concreto della sostenibilità economica e abitativa nel mondo creativo (e, nella fattispecie, dell’inaccessibilità economica agli alloggi in città in momenti speciali dell’anno come quelli delle grandi fiere). In questa prospettiva si è inserito anche l’intervento dello studio francese Smarin, realizzato con l’Institut français Milano, che propone IDIORYTHMIA – RE-U construction system, un sistema di arredi reversibili capace di trasformare continuamente la stessa sala in luogo di lavoro, spazio conviviale, arena pubblica o area di riposo, rendendo evidente come l’architettura possa essere temporanea, mobile e partecipata.

BASE Milano: l’invisibile diventa progetto per una città più elastica e condivisa
La Ground Hall ha ospitato IDIORYTHMIA – RE-U construction system, un progetto dello studio Smarin che ha introdotto arredi modulari e reversibili per trasformare lo spazio in modo flessibile (incontro, lavoro, proiezioni, relax). Oltre alla funzione pratica, il progetto riflette sulla sostenibilità del lavoro culturale, evidenziando le difficoltà economiche di artisti e designer, soprattutto durante eventi come la Design Week. Si è inserita così nella visione di BASE, che promuove forme di ospitalità per la comunità creativa. Realizzato con il supporto di diverse istituzioni, tra cui Institut français Milano, Politecnico di Milano e Università di Corsica, il progetto ha coinvolto anche Emanuele Quinz

 

BASE Milano: l’invisibile diventa progetto per una città più elastica e condivisa
IDIORYTHMIA – RE-U construction system,

 

Intervista a Giulia Cugnasca, curatrice della sezione design di BASE Milano

Qual è il messaggio principale di We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS?

We Will Design – HELLO DARKNESS è un invito a ripensare il ruolo del design in un momento storico segnato da crisi ecologiche, sociali e percettive. In un contesto che richiede costante visibilità, chiarezza e performance, il progetto propone invece l’opacità come condizione necessaria per costruire nuove forme di relazione, conoscenza e immaginazione. La “darkness” non è intesa come assenza, ma come spazio fertile: un luogo in cui pratiche emergenti, marginali o ancora in formazione possono svilupparsi lontano dalle logiche dominanti. Nelle zone più profonde la vita non scompare, ma si riorganizza.

Allo stesso modo, il design diventa una pratica situata e critica, capace non solo di rispondere al presente, ma di aprire possibilità alternative per il futuro. Immaginare We Will Design è stato, per BASE, una necessità come istituzione culturale: utilizzare la Design Week per portare l’attenzione sulla ricerca e sulle nuove generazioni.

Si riflette su un doppio binario: progettazione/design/abitare e dimensione socio-politica del lavoro. Quali evidenze emergono e come si intrecciano?

We Will Design mette in evidenza come il design non sia più separabile dalle condizioni sociali, economiche e politiche in cui si produce. Da un lato emergono pratiche progettuali che ripensano l’abitare come esperienza collettiva, temporanea e relazionale, lontana da modelli standardizzati e orientati esclusivamente al mercato. Dall’altro si riflette sul lavoro creativo, soprattutto tra le giovani generazioni, spesso segnato da precarietà, informalità e da una continua negoziazione tra visibilità e autonomia. In questo senso, l’opacità diventa anche una strategia: sottrarsi alle logiche di iper-esposizione e produttività continua per costruire spazi di sperimentazione più liberi. I due piani si intrecciano profondamente: i nuovi modi di abitare e progettare sono direttamente influenzati da queste condizioni di lavoro, e viceversa. Le pratiche emergenti mostrano come sia possibile trasformare vincoli e fragilità in risorse progettuali, generando nuovi modelli di collaborazione, apprendimento e produzione.

All’interno di We Will Design, alcuni formati assumono infatti una valenza esplicitamente politica. Il campeggio, ad esempio, apre una riflessione sull’effettiva accessibilità a eventi come la Design Week per le nuove generazioni, mettendo in luce la mancanza di sostegni strutturali e le barriere economiche e sociali alla partecipazione. Allo stesso modo, Temporary Home insiste sul valore della ricerca e del processo, andando oltre la temporalità limitata delle “settimane” per riaffermare una continuità del lavoro progettuale e curatoriale.

Quali tendenze emergono nell’ambito dell’abitare/design/progettazione?

Ogni anno BASE lancia una open call per mappare i progetti più interessanti e intercettare i trend emergenti nel campo del design e della progettazione. Questo avviene a partire da un tema curatoriale – quest’anno appunto è HELLO DARKNESS – che orienta la ricerca e invita designer, ricercatori e practitioner a confrontarsi con le urgenze del presente.

La selezione nasce da questo impianto curatoriale, sviluppato insieme alle Design Ambassador Cecilia Casabona, Giulia Tomasello e Matilde Losi, e restituisce una scena fortemente interdisciplinare, in cui il design si intreccia con pratiche sociali, tecnologiche ed ecologiche.

Da questa mappatura emergono quattro grandi traiettorie di ricerca. Communities indaga pratiche di inclusione, rappresentazione e costruzione di nuove soggettività, interrogando anche forme di convivenza e organizzazione collettiva. Environmentalism raccoglie ricerche che spaziano tra biodesign, pratiche rigenerative e riflessioni sui sistemi produttivi. Media & Tech esplora il rapporto tra umano e artificiale, soffermandosi sulle relazioni tra dati, percezione e interfacce. Infine, Rituals si concentra su pratiche che attraversano il corpo, la memoria e le dimensioni simboliche del vivere collettivo, intendendo il design come pratica relazionale e spesso non immediatamente visibile.

Che prospettive ci sono per il futuro del settore?

Il futuro del design appare sempre meno legato alla produzione di oggetti e sempre più orientato verso la costruzione di condizioni: sociali, ecologiche e relazionali. Il designer non è più solo un autore, ma un facilitatore, un mediatore, un attivatore di processi.
In questo scenario, pratiche speculative, collaborative e transdisciplinari acquisiscono sempre maggiore rilevanza. Il design si configura come uno strumento critico capace di operare dentro l’incertezza, affrontando complessità e instabilità non come problemi da risolvere, ma come contesti da abitare.

Progetti come We Will Design indicano una possibile direzione: un design che non punta necessariamente alla visibilità o all’ottimizzazione, ma che lavora sulla costruzione di comunità, sulla condivisione del sapere e sull’immaginazione di futuri più inclusivi e sostenibili. In questo senso, una delle sfide principali per We Will Design è quella di consolidarsi sempre più come piattaforma, capace di attivare connessioni e creare ponti tra istituzioni, realtà indipendenti e aziende, favorendo forme di collaborazione più aperte e ibride.

Che prospettive ci sono per il futuro del settore?
Il progetto “Temporary Home”. Credits Cartacarbone

Il progetto “Temporary Home” è stato un programma di residenze dedicato ad artisti e designer, che hanno accolto temporaneamente persone creative all’interno della città, offrendo loro uno spazio e un tempo per lavorare, osservare e instaurare un dialogo diretto con il contesto urbano. In questo scenario, gli studenti di discipline come il design o l’architettura non erano semplici spettatori, ma parte attiva del processo, contribuendo in modo concreto all’esperienza. Il fulcro del progetto è stato però l’atto del “documentare” in tempo reale: anziché limitarsi a presentare un esito finale, l’attenzione si è concentrata sul racconto del processo mentre prendeva forma, restituendo la complessità e la vitalità delle fasi intermedie. Gli studenti hanno affiancato gli artisti durante la il soggiorno, accompagnandoli nell’esplorazione della città, attraversando spazi, quartieri e comunità, e osservandone le dinamiche. Durante questo percorso hanno raccolto una varietà di materiali — testi, fotografie, video e interviste — che sono diventate la base per la costruzione di un diario collettivo. Questo diario si configura come una narrazione condivisa e in continua evoluzione, capace di restituire in modo corale l’esperienza vissuta.

L’accoglienza come parte integrante della progettazione

Lo spazio non è più definito una volta per tutte, ma si costruisce attraverso l’uso, diventando una sorta di infrastruttura sociale in continua negoziazione. Questo approccio ha una forte valenza politica perché mette al centro il tema dell’abitare nelle grandi città, dove artisti, designer e giovani professionisti spesso non hanno accesso a condizioni stabili, soprattutto durante eventi come la Design Week; per questo BASE sperimenta da anni forme alternative di ospitalità come la foresteria casaBASE e il campeggio urbano in terrazza, trasformando l’accoglienza in parte integrante della progettazione culturale.

L’accoglienza come parte integrante della progettazione
L’attitudine alla sperimentazione si riflette anche negli ambienti della ngiseD lliW eW foresteria casaBASE, dove hanno trovato posto cinque studi temporanei: ambienti ibridi che funzionano contemporaneamente come abitazioni, laboratori di prova, spazi di indagine individuale e aree espositive. Photo Credit: Cristina Corti

 

Un laboratorio delle tematiche più attuali

Anche la residenza casaBASE diventa un dispositivo flessibile dove abitare e produrre si sovrappongono, ospitando progetti internazionali sostenuti da realtà come il British Council, tra cui esplorazioni che intrecciano cibo, tecnologia e memoria come Technospoonism di Bianca Carague o archivi sensoriali come Olfactory Echoes di Lucrezia Alessandroni, dimostrando come il design possa raccontare trasformazioni culturali e climatiche attraverso linguaggi ibridi.

In parallelo, altri progetti affrontano il corpo, la percezione e la vita quotidiana come territori politici, dal biodesign di RED NOISE di Cristina Dezi fino alle simulazioni domestiche interattive di A Dream House di Saúl Baeza e Manuela Valtchanova, dove la casa digitale diventa uno spazio da riscrivere collettivamente. Il cuore della manifestazione è l’esposizione Exhibit, un grande ambiente attraversabile che riunisce oltre 80 designer da 23 Paesi, selezionati attraverso una call internazionale, e che trasforma 4000 metri quadrati in un paesaggio di pratiche, idee e narrazioni in cui il visitatore non è spettatore ma parte attiva.

Un laboratorio delle tematiche più attuali
Esposizione Exhibit. Credit photo by Cartacarbone
Un laboratorio delle tematiche più attuali
Esposizione Exhibit. Credits: Andrea Nicotra

L’esposizione Exhibit, cuore dell’evento. Si tratta di una piattaforma collettiva che ha interpretato il design come strumento critico e trasformativo, capace di affrontare le sfide contemporanee e immaginare nuovi rituali condivisi. Più che una mostra tradizionale, è stata uno spazio aperto e attraversabile, dove il pubblico poteva muoversi liberamente tra progetti, pratiche e narrazioni.
Il percorso si è sviluppato attorno a quattro temi — Ambiente, Comunità, Media e Tecnologie — intesi non come categorie rigide ma come ambiti di dialogo che mettono in relazione approcci, contesti e sensibilità diverse. Nella sezione dedicata alle Comunità, i progetti hanno esplorato inclusione, rappresentazione e nuove forme di soggettività, con contributi di artisti e designer internazionali e collettivi di ricerca.

 

Il layout: prima espressione del concetto di flessibilità architettonica

Le opere sono organizzate non come categorie rigide ma come campi fluidi che mettono in relazione comunità, ecologie, media e ritualità contemporanee, suggerendo che anche il design può diventare uno strumento per ripensare le forme dell’abitare collettivo.

In questo contesto, il riuso non è solo materiale ma anche sociale e culturale: riusare significa ripensare infrastrutture esistenti, reinventare funzioni e dare nuova vita a ciò che è già presente, trasformando la città in un organismo adattabile. Tra le istituzioni coinvolte ci sono Politecnico di Milano con la sua Scuola del Design – Politecnico di Milano, Royal College of Art, Domus Academy e RUFA – Rome University of Fine Arts, che contribuiscono a costruire una rete internazionale di ricerca sul progetto contemporaneo.

Anche grandi aziende e partner come Continental ed Elanco partecipano con installazioni che reinterpretano esperienza sensoriale, relazione e tecnologia, mentre collettivi e studi indipendenti come MNEMO o Frakas lavorano sulla dimensione narrativa del progetto.

L’intero programma suggerisce una visione dell’abitare come pratica aperta e politica, dove la casa non è più solo un oggetto privato ma un sistema condiviso, mutevole e attraversato da relazioni, e dove il design diventa uno strumento per immaginare nuove forme di convivenza, più flessibili, più accessibili e capaci di rispondere alle crisi contemporanee senza chiudersi, ma aprendosi alla trasformazione continua della vita urbana.

BASE Milano

BASE Milano è un centro culturale e creativo nato dalla riconversione degli ex stabilimenti industriali Ansaldo nel quartiere Tortona di Milano, un’area che un tempo ospitava officine e produzione meccanica pesante e che oggi è diventata uno dei poli della creatività urbana; la storia del luogo parte infatti dall’epoca industriale del Novecento quando gli spazi Ansaldo erano dedicati alla costruzione e manutenzione di macchinari e infrastrutture, per poi attraversare una fase di dismissione e abbandono fino al progetto di rigenerazione urbana che ha trasformato le vecchie fabbriche in uno spazio pubblico per eventi, mostre, coworking e sperimentazione culturale, mantenendo però la memoria industriale originaria visibile nell’architettura grezza e nelle strutture in ferro e cemento.

BASE Milano
La struttura esterna di BASE Milano

 

FAQ Base Milano | We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS

BASE Milano MDW 2026: We Will Design – Hello Darkness tra flessibilità architettonica, riuso e design come presa di posizione politica e sociale.

Che cos’è We Will Design 2026 – HELLO DARKNESS?

È il programma curatoriale presentato da BASE Milano durante la Milano Design Week 2026, che ha proposto una riflessione critica sul design contemporaneo come pratica politica, sociale ed ecologica, andando oltre la semplice esposizione di oggetti.

Qual è il significato del tema “Hello Darkness”?

La “darkness” viene interpretata come uno spazio fertile e generativo, dove pratiche emergenti e marginali possono svilupparsi lontano dalle logiche dominanti di visibilità e performance, aprendo nuove possibilità per il design.

In che modo il design assume una valenza politica nell’evento?

Il design viene presentato come strumento critico capace di affrontare temi come accessibilità, sostenibilità del lavoro creativo e inclusione, mettendo in relazione progettazione, condizioni sociali ed economiche e nuove forme di abitare.

Quali sono le principali tendenze emerse nel design contemporaneo?

Dalla open call del programma emergono quattro traiettorie principali: comunità e inclusione, ambientalismo e biodesign, media e tecnologia, e ritualità legate al corpo e alla dimensione simbolica del vivere collettivo.

Come viene interpretata la flessibilità architettonica a BASE Milano?

La flessibilità si traduce in spazi trasformabili e adattabili, come dimostra il progetto IDIORYTHMIA – RE-U construction system dello studio Smarin, che permette di riconfigurare gli ambienti in base a diverse funzioni e usi.

Qual è il ruolo dell’accoglienza e dell’ospitalità nel progetto?

BASE integra l’ospitalità nella progettazione culturale attraverso soluzioni come casaBASE e il campeggio urbano, offrendo alternative concrete per sostenere giovani designer e rendere più accessibile la partecipazione alla Design Week.

Quali prospettive future emergono per il settore del design?

Il design si orienta sempre più verso la creazione di condizioni sociali, ecologiche e relazionali, con designer che agiscono come facilitatori e attivatori di processi, privilegiando collaborazione, sostenibilità e immaginazione di futuri condivisi.





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