Entrare nella sede di Smeg a Guastalla fa capire subito quanto il legame tra azienda, design e territorio sia concreto. Non è soltanto un elemento del racconto del brand: emerge nell’architettura della sede, nel rapporto con il paesaggio e nel modo in cui gli spazi sono stati pensati e vissuti. L’8 ottobre CasaOggiDomani è stata invitata a visitare l’azienda e, prima ancora dei prodotti, ciò che mi ha colpito è stata proprio la sede: bella senza essere ostentata, luminosa, aperta, capace di restituire una sensazione positiva e di raccontare attraverso l’architettura alcuni dei valori che ritroveremo poi negli elettrodomestici di design Smeg.
A guidarci attraverso storia, evoluzione e visione dell’azienda è stata Stefania Sighinolfi, Marketing Director di Smeg, che ha ricostruito un percorso nel quale industria, cultura gastronomica, design italiano e radicamento territoriale continuano a intrecciarsi.
Elettrodomestici di design: da Guastalla una storia legata al territorio
Smeg nasce nel 1948 come Smalterie Metallurgiche Emiliane Guastalla. Il primo elettrodomestico arriva nel 1956 con la cucina Elizabeth, seguito nel 1963 dalla lavatrice Leda e, negli anni Settanta, dallo sviluppo degli apparecchi da incasso che contribuiranno in modo decisivo alla crescita dell’azienda. Ma la cronologia industriale spiega solo una parte della storia.
Sighinolfi ha insistito molto sul rapporto con questa porzione di Emilia, sulle rive del Po, tra Guastalla, Parma, Mantova e una cultura nella quale convivono gastronomia, artigianato, capacità produttiva e attenzione alla bellezza. Un patrimonio che, secondo l’azienda, continua a entrare nel modo di progettare.
È interessante perché aiuta a leggere Smeg oltre l’immagine, ormai molto riconoscibile, del frigorifero colorato o del piccolo elettrodomestico da lasciare a vista. Dietro quella componente estetica esiste una cultura manifatturiera che ha costruito le proprie competenze nel tempo e che ancora oggi rimane fortemente legata all’Italia.
Il gruppo dispone infatti di quattro siti produttivi italiani; gli stabilimenti appartenenti al Gruppo Smeg sono esclusivamente in Italia. L’azienda resta al 100% della famiglia Bertazzoni e opera sui mercati internazionali attraverso 22 società commerciali dirette. Nel 2025 il fatturato ha raggiunto i 965 milioni di euro.
Il legame con il territorio emerge anche nella sede direzionale, inaugurata nel 2003 e progettata dall’architetto Guido Canali, architetto con cui Smeg collabora dagli anni Ottanta anche nello sviluppo dei prodotti. Nella progettazione dell’edificio è stata scelta, tra le altre cose, l’assenza di scale e si è deciso di edificare non più del 30% dell’area disponibile: scelte che Smeg riconduce a un’idea di sostenibilità intesa non soltanto in senso ambientale, ma anche come attenzione alle persone e al modo di vivere gli spazi.


Da Guido Canali a Renzo Piano: quando il progettista entra davvero nel prodotto
Il rapporto con architetti e designer è uno dei fili più riconoscibili della storia Smeg.
Dopo Guido Canali arrivano collaborazioni con Mario Bellini, Renzo Piano, Marc Newson, Deepdesign, Stefano Boeri Interiors e, più recentemente, con Borromeo De Silva, studio con cui è stata sviluppata una collezione presentata al Salone del Mobile 2026.
Quello che emerge dal racconto aziendale è però un approccio interessante: il designer non viene chiamato semplicemente per “firmare” un involucro.
La collaborazione con Renzo Piano, ad esempio, portò Smeg a confrontarsi con linguaggi diversi rispetto a quelli abituali. Materiali già noti – come il vetro e l’acciaio – divennero la cifra progettuale di una linea di elettrodomestici senza precedenti. Leggerezza e luce entrarono anche nel progetto del forno, mettendo in discussione l’idea tradizionale della cavità scura e chiusa. Da quella collaborazione nacque successivamente anche una linea di frigoriferi nella quale il logo veniva volutamente spostato all’interno, quasi a lasciare che fosse il prodotto stesso a costruire la relazione con chi lo utilizzava.
È un modo di intendere il design che va oltre la forma. L’estetica conta, naturalmente, ma insieme alla funzione, all’ergonomia, alla materia e all’esperienza quotidiana.

FAB: l’icona Smeg nata dentro l’azienda
Forse il passaggio che racconta meglio quanto queste collaborazioni abbiano sedimentato competenze interne è la nascita di FAB.
Il frigorifero viene sviluppato all’interno dell’azienda nel 1996 e portato sul mercato nel 1997. Non porta la firma di un grande designer: nasce dal lavoro delle persone che lavorano all’interno dell’azienda, dopo anni trascorsi a confrontarsi con progettisti e architetti di primo piano. È un dettaglio tutt’altro che secondario.
FAB dimostra come il design possa diventare cultura aziendale. Le competenze acquisite lavorando accanto a professionisti esterni finiscono per entrare nel know-how interno fino a produrre un oggetto capace di superare la propria funzione.
Il FAB continua naturalmente a essere un frigorifero, ma fin dall’origine viene pensato anche come elemento espressivo. Colore, forme arrotondate e forte identità visiva lo portano fuori dalla logica dell’elettrodomestico da nascondere.
Negli anni, infatti, è finito non soltanto nelle cucine ma anche in soggiorni, camere, hotel. In alcuni casi, anche frigoriferi non più funzionanti vengono mantenuti e trasformati in cabinet proprio perché il valore percepito dell’oggetto va oltre il suo utilizzo originario.
È forse qui che si comprende una delle intuizioni più forti di Smeg: un elettrodomestico può essere funzionale e, contemporaneamente, diventare parte dell’identità di una casa.

Dai piccoli elettrodomestici a una casa dai confini sempre più fluidi
La stessa logica viene trasferita nel 2014 ai piccoli elettrodomestici.
L’idea iniziale nasce proprio dalla volontà di portare il linguaggio riconoscibile di FAB in oggetti più piccoli e accessibili a un pubblico più ampio. I primi prodotti sono tostapane, bollitore, impastatrice e frullatore; successivamente la gamma cresce includendo includendo bilance, forni da appoggio, macchine da caffè e altre categorie.
Quella che inizialmente era quasi una scommessa è diventata uno dei core business dell’azienda: oggi i piccoli elettrodomestici generano il 30% del fatturato.
Non è difficile comprenderne il successo osservando come è cambiato l’abitare.
Macchine da caffè, bollitori, piccoli frigoriferi e altri apparecchi non vivono più esclusivamente in cucina. Entrano nelle camere d’hotel, negli home office, nelle palestre domestiche, negli spazi creativi e in tutti quegli ambienti fluidi costruiti intorno a interessi, attività e nuovi modi di trascorrere il tempo.
È una trasformazione che CasaOggiDomani osserva da tempo: i confini funzionali della casa si stanno attenuando. Cucina, living, lavoro, wellness e convivialità si sovrappongono, mentre gli oggetti devono essere sufficientemente versatili — ed esteticamente risolti — per poter cambiare contesto.


La tecnologia? Deve servire, non stupire
Durante la visita è emerso anche un altro aspetto che considero particolarmente interessante. In un momento in cui molti elettrodomestici vengono raccontati quasi esclusivamente attraverso connettività, intelligenza artificiale e moltiplicazione delle funzioni, Smeg rivendica una posizione più misurata: non la tecnologia per la tecnologia, ma la tecnologia al servizio delle persone, per migliorarne la quotidianità e la vita.
Un esempio è Galileo, tecnologia sviluppata per integrare in un unico forno cottura tradizionale, microonde e vapore, evitando di sommare più apparecchi quando le tre funzioni possono convivere nello stesso prodotto.
È una distinzione sottile ma importante. Innovare non significa necessariamente aggiungere. A volte significa togliere complessità, concentrare funzioni o rendere più intuitivo ciò che già facciamo.
Ed è forse questo il messaggio più interessante che mi porto via dalla visita a Guastalla. Smeg è certamente un marchio riconoscibile, ma l’obiettivo che emerge dal racconto dell’azienda non sembra essere quello di inseguire la notorietà fine a sé stessa. Piuttosto, costruire nel tempo riconoscibilità attraverso prodotti belli, funzionali, distintivi e capaci di entrare naturalmente nella vita delle persone.
Dopo una giornata trascorsa in sede, tra storia e prodotti, diventa più facile capire perché alcuni elettrodomestici abbiano finito per trasformarsi in icone. Non soltanto per una forma riuscita, ma perché dietro quella forma esistono cultura del progetto, competenze sedimentate, persone, territorio e una visione della tecnologia che prova a restare al servizio dell’abitare.
Foto in apertura: Sede direzionale, inaugurata nel 2003 e progettata dall’architetto Guido Canali
