
Il punto di partenza dell’intervista è Infinity, la collezione firmata per PAA e presentata al Salone del Mobile 2026, all’interno del Salone Internazionale del Bagno. Un progetto che interpreta l’ambiente bagno non come semplice insieme di elementi funzionali, ma come spazio architettonico, sensoriale e rigenerativo. Forme scultoree, attenzione al dettaglio, materiali durevoli e un dialogo misurato tra essenzialità nordica ed eleganza italiana definiscono una proposta che guarda al benessere domestico con uno sguardo contemporaneo.
Attraverso questo progetto emergono molti dei temi centrali della ricerca progettuale: la luce come componente emotiva e quasi fisica dello spazio, la sostenibilità intesa non come claim ma come durata estetica e materica, il valore del dettaglio come strumento di qualità d’uso, fino al concetto di Anthropodesign, che mette l’uomo al centro del progetto fin dalle prime fasi, considerando corpo, gesto, contesto e relazione con l’ambiente.
Ne nasce un dialogo che tocca questioni cruciali per il futuro dell’abitare: il ruolo del design nella vita quotidiana, la possibilità di rendere la qualità accessibile, il rapporto tra committenza e creatività, la necessità di progettare ambienti più consapevoli, capaci di accogliere non solo funzioni, ma anche tempi, emozioni e nuove forme di benessere.
Un sistema di senso, non un oggetto isolato: a colloquio con Massimo Farinatti
Il tuo studio lavora tra prodotto, spazio e comunicazione, con una visione fortemente multidisciplinare. Quanto è importante oggi progettare non più singoli oggetti, ma sistemi di senso capaci di costruire un’esperienza coerente? E in che modo l’ascolto del brand, dei suoi vincoli produttivi e del suo posizionamento diventa parte integrante del concept creativo?
«Credo sia fondamentale. Un oggetto raramente vive da solo: entra in relazione con uno spazio, con un gesto, con un’abitudine, con l’identità di un brand e con il modo in cui viene raccontato. Per questo il progetto non può limitarsi alla forma di un prodotto. Deve costruire un sistema coerente, capace di tenere insieme funzione, percezione, materia, comunicazione e valore d’uso.
Per me progettare significa dare senso alle cose. Questo vale per un oggetto, per un interno, per uno stand, per un catalogo o per un sito web. Ogni elemento deve partecipare a una visione più ampia. Quando prodotto, spazio e comunicazione parlano la stessa lingua, il progetto diventa più forte, più leggibile e più duraturo nel tempo.
Il progetto, del resto, non nasce mai nel vuoto. Ogni azienda ha una storia, una capacità produttiva, un mercato, un linguaggio, dei limiti e delle ambizioni. Ascoltare il committente significa comprendere tutto questo prima di disegnare. Per me i vincoli non sono ostacoli alla creatività: spesso sono il punto da cui nasce la parte più interessante del progetto. Un materiale disponibile, una tecnologia produttiva, un determinato posizionamento commerciale o una necessità di catalogo possono diventare occasioni per costruire una soluzione più precisa. Il compito del designer non è imporre una forma, ma dare forma a una possibilità coerente con l’identità del brand. Il progetto funziona quando riesce a essere innovativo senza tradire l’azienda per cui nasce. In questo equilibrio si costruisce valore.»

La sottrazione come metodo, il dettaglio come risposta
Nel tuo approccio ricorre spesso il tema della sottrazione: ridurre il superfluo, governare il dettaglio, far emergere una coerenza leggibile nel tempo. Che cosa significa, concretamente, “togliere” in un progetto? E dove sta, secondo te, il confine tra dettaglio necessario e dettaglio autoreferenziale?
«Togliere non significa impoverire. Significa scegliere. In un progetto, il superfluo spesso nasconde ciò che è davvero necessario. Togliere vuol dire liberare il prodotto o lo spazio da ciò che non contribuisce alla sua identità, alla sua funzione o alla sua qualità d’uso.
È un lavoro molto concreto: riguarda le proporzioni, gli spessori, gli allineamenti, i materiali, le giunzioni, la luce, il modo in cui un elemento viene percepito e usato. Ogni dettaglio deve avere una ragione. Quando questa ragione non c’è, il dettaglio diventa rumore. La sottrazione, per me, è un atto di responsabilità progettuale. Non cerca l’effetto immediato, ma una chiarezza più profonda, capace di resistere al tempo.
Il dettaglio necessario è quello che migliora il progetto: può migliorare l’uso, la durata, la manutenzione, la percezione, la sicurezza o la coerenza formale. Il dettaglio autoreferenziale, invece, esiste soprattutto per farsi notare. Nel design il dettaglio non dovrebbe essere un ornamento narcisistico. Dovrebbe essere una risposta. Il confine sta nella necessità. Se un dettaglio ha una ragione, allora appartiene al progetto. Se serve solo a dichiarare la presenza del designer, rischia di indebolirlo. Il buon dettaglio spesso non si impone: lavora in silenzio e rende l’insieme più esatto.»

Infinity: dal prodotto al paesaggio domestico
Con Infinity il bagno viene interpretato come spazio architettonico e non come semplice somma di elementi funzionali. Come è nato questo cambio di scala: dall’oggetto alla costruzione di un’atmosfera?
«Infinity nasce come progetto per PAA da una riflessione sul bagno come luogo dell’abitare, non soltanto come ambiente tecnico. Negli ultimi anni il bagno ha assunto un ruolo sempre più importante nella casa: non è più solo uno spazio di servizio, ma un luogo dedicato alla cura, al benessere, alla pausa, al rapporto con il corpo.
Da qui nasce il cambio di scala. La vasca non viene pensata come elemento isolato, ma come presenza architettonica capace di generare un’atmosfera. La sua forma essenziale, il rapporto con la materia, la luce, gli accessori e lo spazio intorno costruiscono una scena più ampia. Mi interessa progettare oggetti che non occupino semplicemente uno spazio, ma che lo modifichino qualitativamente. Infinity lavora in questa direzione: un prodotto che diventa misura, presenza e paesaggio domestico.»

Silkstone e l’idea di sostenibilità come durata
In Infinity la sostenibilità non sembra trattata come claim, ma come principio di durata: materiali longevi, linguaggio senza tempo, resistenza all’obsolescenza estetica. Secondo te, oggi è questa una delle forme più mature di sostenibilità nel design?
«Sì, credo che la durata sia una delle forme più serie di sostenibilità. Naturalmente sono importanti i processi produttivi, la riduzione degli sprechi, il ciclo di vita dei prodotti e la scelta dei materiali. Ma esiste anche un’altra forma di responsabilità: progettare oggetti che non invecchino rapidamente dal punto di vista culturale ed estetico.
In Infinity questa idea è legata anche all’uso di Silkstone, un materiale sviluppato da PAA attraverso una combinazione chimica di componenti che restituisce un risultato vicino al solid surface, ma con una presenza tattile superiore. È un materiale compatto, materico, piacevole al contatto, capace di rafforzare l’idea di bagno come spazio sensibile e non solo funzionale.
Un prodotto sostenibile non dovrebbe essere desiderabile solo per una stagione. Dovrebbe poter accompagnare la vita delle persone per molti anni, senza perdere qualità, presenza e senso. La sostenibilità non può essere soltanto una dichiarazione. Deve diventare comportamento progettuale. In questo senso, un prodotto che dura, che non stanca, che non chiede di essere sostituito continuamente, è già una scelta profondamente contemporanea.»

La luce come materia, il corpo come misura del progetto
Nei tuoi progetti attribuisci alla luce un ruolo emotivo, quasi fisico, nello spazio: come cambia il progetto quando la luce diventa materia progettuale vera e propria? E come si traduce, in un ambiente intimo come il bagno, il principio dell’Anthropodesign — l’uomo al centro fin dall’inizio, attraverso corpo, uso e contesto?
«Quando la luce viene trattata come materia, cambia completamente il modo di progettare. Non è più soltanto una quantità da calcolare o una prestazione da garantire. Diventa uno strumento per costruire profondità, intimità, ritmo, percezione. Può rendere uno spazio più accogliente, può dare leggerezza a un volume, può far emergere una texture, può guidare un gesto quotidiano. Nel bagno la luce ha un ruolo molto delicato: deve essere funzionale, ma anche rispettosa del corpo e dell’atmosfera. Mi interessa soprattutto una luce che non domini lo spazio, ma lo accompagni: capace di apparire quando serve e di ritirarsi quando non è necessaria. Scolpisce i volumi, rivela le superfici, rende leggibili i prodotti e le architetture senza trasformarsi in puro effetto scenografico.
Anthropodesign significa partire dalla persona, non dall’oggetto. Significa chiedersi prima di tutto chi userà quello spazio, quali gesti compirà, quali bisogni avrà, quali sensazioni dovrà provare. Nel bagno questo approccio è particolarmente importante, perché siamo in uno degli ambienti più intimi della casa. Le scelte progettuali diventano molto concrete: l’altezza di un piano, la posizione di una luce, la facilità di pulizia, l’accessibilità di una mensola, la sicurezza di un appoggio, la percezione tattile di un materiale. Anche la bellezza, in questo caso, non è mai separata dall’uso. Mettere l’uomo al centro non significa fare un progetto genericamente “ergonomico”. Significa costruire una relazione equilibrata tra corpo, spazio e ritualità quotidiana. Il buon progetto deve migliorare la vita senza ostentarlo.»

Un design democratico, per la casa del futuro
“Il buon design è democratico”: è una frase molto forte, soprattutto in un mercato dove il design viene spesso percepito come esclusivo. Come si conciliano qualità, accessibilità e durata? E guardando al futuro dell’abitare, quali direzioni ti sembrano più urgenti: più tecnologia, più natura, più silenzio, più personalizzazione?
«Per me design democratico non significa design economico a tutti i costi. Significa design responsabile. Un progetto deve cercare il miglior equilibrio possibile tra qualità, durata, prezzo, produzione, manutenzione e accessibilità reale. Il design non dovrebbe essere un privilegio puramente estetico: dovrebbe migliorare la qualità della vita delle persone e rendere più intelligenti gli oggetti che usiamo ogni giorno. La qualità non coincide necessariamente con il lusso. A volte la qualità è una buona proporzione, una soluzione semplice, un dettaglio ben pensato, una tecnologia usata con misura. Il design diventa democratico quando produce valore reale, non soltanto immagine.
Credo che la direzione più urgente per il futuro sia trovare un nuovo equilibrio tra tutte queste dimensioni. La tecnologia è importante, ma deve diventare più discreta, più utile, meno invasiva. La natura non deve essere solo decorazione, ma un riferimento per materiali, benessere, luce, aria, ritmo dello spazio. La personalizzazione è necessaria, ma non deve trasformarsi in confusione. Penso che la casa del futuro dovrà aiutarci a rallentare: non nel senso nostalgico del termine, ma come capacità di ritrovare qualità nei gesti quotidiani. Il design dovrà lavorare sempre di più sul silenzio, sulla misura, sulla durata e sulla qualità dell’esperienza. Non solo case più tecnologiche, quindi, ma case più intelligenti nel senso più umano del termine.»
A mio avviso, quello che emerge con più forza da questo dialogo è la coerenza tra metodo e visione: la sottrazione non è mai un vezzo estetico, ma una responsabilità che attraversa ogni scala del progetto, dal dettaglio costruttivo alla relazione con il committente, fino all’idea di un design capace di durare e di restare accessibile.

Chi è Massimo Farinatti
Laureato in Architettura nel 1984 con il professor Marco Zanuso, Massimo Farinatti fonda il proprio studio nel 1997 dopo le prime esperienze nella scena creativa milanese, sviluppando un approccio multidisciplinare guidato da un minimalismo “naturalista”, dall’attenzione ai materiali letti nella loro autenticità e da un uso della luce come componente emotiva dello spazio.
Lo studio, Massimo Farinatti Design, opera come struttura leggera e flessibile che integra design, spazi e comunicazione in un’unica regia progettuale, con incarichi che spaziano dal prodotto industriale all’interior fino agli strumenti di comunicazione del brand.
Nel corso della carriera, i progetti dello studio sono stati riconosciuti da giurie internazionali e istituzioni del design, tra cui Red Dot Award, IF Design Award, ADI Design Index e una menzione d’onore al Compasso d’Oro.
Foto in apertura: Metrica | Vanità living. Foto: Massimo Farinatti Design
Crediti foto: Massimo Farinatti Design
