
CasaOggiDomani ha partecipato all’iniziativa come media partner, curando anche la moderazione dell’incontro, con l’obiettivo di contribuire alla diffusione di una cultura del progetto sempre più attenta alla qualità dell’abitare.
“Lo spazio che cura” | Cinque prospettive per ripensare il benessere negli spazi
A confrontarsi sul tema sono stati Amalia Masi, interior designer e delegata AIPi per il Triveneto, Davide Crippa, architetto e ricercatore IUAV, Davide Ruzzon, direttore scientifico del master NAAD – Neuroscience Applied to Architectural Design, Alberto Sozza, presidente della Rete di Imprese Luce in Veneto e Irene Bearzi, Commercial and Marketing Manager di eAmbiente.
Cinque contributi, che hanno esplorato il rapporto tra persone e ambienti costruiti, dalla dimensione più intima dell’abitare alla progettazione degli spazi collettivi. Un percorso nel quale sono emerse parole chiave come identità, percezione, responsabilità, luce e sostenibilità, ma soprattutto la necessità di considerare il benessere, come un obiettivo trasversale, da affrontare fin dalle prime fasi del progetto.

Il benessere nasce dall’equilibrio tra spazio, persone e identità
Ad aprire il confronto è stata Amalia Masi, che ha riportato l’attenzione sul ruolo dell’interior design nella costruzione di ambienti capaci di rispondere alle esigenze funzionali, ma anche emotive, di chi li vive. La qualità di uno spazio indoor, ha spiegato, non dipende da un singolo fattore, ma dall’equilibrio tra comfort ambientale, organizzazione degli spazi, percezione sensoriale, identità e tempo.
“La qualità di uno spazio emerge attraverso la coerenza di queste relazioni. Non si può parlare di qualità pensando di massimizzare uno solo di questi elementi”
Una riflessione che invita a superare una visione dei luoghi, concentrata solo sulle prestazioni: Masi ci ricorda che “in questi anni abbiamo avuto una ricerca spasmodica dell’edificio performante, dimenticandoci, a volte, delle persone che lo abitano”. A rendere concreti questi concetti sono stati due casi studio, molto diversi tra loro, ma accomunati dall’attenzione all’identità dei luoghi.
Il primo, una villa nel Parco del Vesuvio, concepita dalla committenza come la casa della vita, dove pietra, noce e una trama tessile ricorrente, costruiscono un linguaggio progettuale legato alla memoria familiare e al territorio. Il secondo, un ristorante a Lavariano, in Friuli, ricavato da una casa rurale, in cui il percorso dall’osteria al dehor sulla corte, reinterpreta la tradizione dell’accoglienza locale. Due esempi che mostrano come materiali, proporzioni e organizzazione degli ambienti, possano contribuire a costruire quel senso di appartenenza che rende unico uno spazio.

Non basta un edificio efficiente: serve un progetto responsabile
Il rapporto tra progetto e persone è stato approfondito da Davide Crippa, che ci ha spigato la distinzione tra sostenibilità e responsabilità. Attraverso alcune esperienze progettuali, tra cui un ristorante stellato in Cina, caratterizzato da contrasti cromatici e atmosfere differenti, e il Cluster del Riso di Expo 2015, Crippa ha allargato la riflessione alla capacità dell’architettura e degli eventi, di produrre effetti che vanno oltre la loro realizzazione.
La parola responsabilità, nella sua visione, permette di considerare non soltanto le prestazioni ambientali, ma anche ciò che un progetto lascia nel tempo, il modo in cui viene utilizzato e le relazioni che genera. Un esempio riguarda proprio l’abitare contemporaneo. Dopo anni di investimenti in efficienza energetica, classi prestazionali e sistemi domotici, capita che gli abitanti, intervengano sugli ambienti, modificandone, anche involontariamente, il funzionamento. Come quando si stende «il tappeto della nonna» sopra un pavimento radiante.
“Possiamo essere performantissimi, ma se le persone non hanno un collegamento con le tecnologie che consegniamo, non funziona”.
Un’immagine semplice che racconta una questione centrale: la tecnologia produce valore quando è compresa, accettata e integrata nei comportamenti quotidiani. “È vero che la qualità non la fa la tecnica, ma è vero che la tecnica misura alcuni aspetti”, ha ricordato Crippa. La sfida per il progettista diventa trovare un equilibrio tra parametri misurabili, esigenze individuali e capacità degli spazi di adattarsi alla vita reale.

Neuroscienze e architettura: quanto ci costa abitare uno spazio?
Tra gli interventi più stimolanti, quello di Davide Ruzzon ha introdotto una prospettiva, ancora poco esplorata nel dibattito comune sulla sostenibilità degli edifici: il consumo energetico delle persone.
“Abbiamo messo al mondo una sostenibilità dimezzata”, ha affermato, siamo così concentrati sulla riduzione dei consumi energetici, da perdere di vista i consumi energetici di un’altra entità cruciale, per fare buona architettura, le persone”
Il suo ragionamento parte dal rapporto tra ambiente costruito, percezione e risposte fisiologiche. Uno spazio poco coerente, con le attività che deve ospitare, può contribuire ad aumentare il carico cognitivo e le condizioni di stress. Quando lo stress diventa cronico, si possono manifestare conseguenze negative, anche sulla memoria, sull’attenzione e sul benessere psicofisico. Da qui una riflessione che ribalta il modo tradizionale di interpretare l’efficienza: “l’architettura deve essere concepita per ridurre la spesa energetica del nostro metabolismo” Nella visione di Ruzzon, il progetto deve lavorare contemporaneamente su quattro livelli: la topologia dello spazio, la sua pelle, materiali, colori e ritmo delle superfici, la luce naturale e artificiale e gli arredi.
Elementi che non agiscono in modo isolato, ma concorrono a costruire l’esperienza complessiva dell’ambiente, “lo spazio è sempre la memoria esternalizzata di ciò che abbiamo già vissuto”.
Ogni luogo può richiamare percezioni ed sperienze corporee già conosciute: calore, equilibrio, leggerezza, protezione. Un legame tra memoria, sensorialità e ambiente che apre nuove possibilità per la progettazione umano-centrica.
La luce non è un dettaglio: è parte del benessere
C’è un elemento che, quasi naturalmente, ha attraversato tutti gli interventi: la luce, nella sua dimensione naturale e artificiale. A sottolinearlo è stato Alberto Sozza, presidente della Rete di Imprese Luce in Veneto “l’architettura stessa non esisterebbe senza luce, sia diurna che artificiale”. La luce, non serve solo a rendere visibili gli ambienti, ma contribuisce alla percezione degli spazi, ne definisce le atmosfere e può influenzare comfort visivo, ritmi circadiani e qualità dell’esperienza quotidiana.
Proprio dalla volontà di promuovere una maggiore cultura del progetto illuminotecnico nasce il Light Design Village, realizzato dalla Rete a Piombino Dese, attraverso il recupero di un annesso agricolo degli anni Cinquanta, situato nella barchessa di una villa seicentesca. Uno spazio di circa 300 metri quadrati, che integra formazione, sperimentazione e incontro tra imprese e professionisti. Accanto alle aree workshop e alla gallery, trovano spazio una materioteca, dedicata anche ai materiali circolari e un laboratorio fotometrico sviluppato con il coinvolgimento di uno spin-off dell’Università di Padova.
Particolarmente interessante è il sistema di illuminazione degli ambienti, progettato per seguire l’andamento del ciclo circadiano durante la giornata. Il programma culturale, che prende il via il 21 ottobre, affronta sei ambiti tematici: luce e progetto, tradizione, arte, materiali, società e tecnologia. Sono previsti percorsi formativi accreditati per architetti e ingegneri, e iniziative dedicate agli interior designer.
Un progetto che mette al centro la formazione, ma soprattutto la necessità di diffondere maggiore consapevolezza sul valore della luce, anche negli spazi pubblici. “Spesso in Italia si parla del capitolato e non si sa bene perché si è andati in quella direzione”, ha osservato Sozza. Un richiamo alla responsabilità di progettare la luce partendo dagli obiettivi di qualità e dalle esigenze delle persone, prima ancora che dalle specifiche dei prodotti.
Anche gli eventi possono prendersi cura delle persone e dei luoghi
L’ultima prospettiva ha ampliato il concetto di benessere dalla dimensione degli ambienti interni a quella degli eventi e degli spazi collettivi. Irene Bearzi, di eAmbiente, ha raccontato come la sostenibilità di una manifestazione, non possa essere valutata solo attraverso la riduzione dei consumi o dei rifiuti prodotti, ma debba comprendere anche gli effetti sociali, territoriali e relazionali. Tra le esperienze presentate, l’applicazione della norma ISO 20121 per la gestione sostenibile degli eventi, in contesti come il Salone Nautico di Venezia e i Mondiali di sci alpino di Cortina 2021. In una città delicata e complessa come Venezia, il tema assume un significato particolarmente concreto: ogni manifestazione deve trovare un equilibrio tra le esigenze dei partecipanti, la qualità della vita dei residenti e la tutela del territorio che la ospita.
“La gestione sostenibile di un evento è in grado di creare uno spazio che cura”: un’affermazione che restituisce al concetto di sostenibilità un valore più ampio, legato alla capacità di generare benefici e lasciare un’eredità positiva. L’obiettivo, ha concluso Bearzi, è “non solo ridurre ciò che consumiamo, ma anche migliorare quello che rimane e quello che ci circonda”
Una visione che avvicina il progetto degli eventi a quello dell’architettura, in entrambi i casi, la qualità nasce dalla capacità di considerare le persone, l’ambiente e le relazioni come parti di un unico sistema.
Dalla ricerca al progetto: il benessere diventa una responsabilità condivisa
C’è un elemento che ha attraversato tutti gli interventi: la qualità degli spazi non può essere raccontata soltanto attraverso prestazioni, tecnologie o scelte estetiche. Conta sempre di più la relazione che si crea tra l’ambiente e le persone che lo vivono. Per CasaOggiDomani “Lo spazio che cura” ha rappresentato un’importante occasione per condividere visioni e competenze, attorno a un tema che seguiamo e approfondiamo quotidianamente. Perché progettare il benessere significa, prima di tutto, progettare pensando a chi quegli spazi li abiterà.
