Design biofilico e neuroarchitettura: perché è fondamentale integrare la natura negli spazi

L’ambiente costruito può dialogare con la natura? La risposta è sì e a dircelo sono il design biofilico e la neuroarchitettura: le due discipline ci permettono di capire come la progettazione possa influenzare la nostra mente e diventare un’alleata preziosa del nostro benessere.

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Design biofilico e neuroarchitettura perché è fondamentale inserire la natura nella progettazione degli spaziGuardare il mare ci regala una sensazione di pace difficilmente paragonabile ad altro. Allo stesso modo, una passeggiata nel bosco o anche solo la vista di un fiore dai colori vivaci possono trasmettere equilibrio, energia e benessere. Non si tratta di una semplice percezione: il design biofilico nasce proprio dalla consapevolezza che corpo e mente tendono naturalmente a ricercare un legame profondo e continuo con la natura.

Design biofilico: perché integrare la natura negli spazi migliora la qualità della vita

Il design biofilico nasce proprio da questa riflessione: portare la natura al centro del dibattito e della progettazione degli spazi per creare ambienti accoglienti e capaci di diffondere benessere. A fornire una definizione chiara del biophilic design è Stephen R. Kellert, Professor of Social Ecology presso la Yale University. Secondo Kellert “Il Biophilic Design rappresenta il tentativo consapevole di tradurre la comprensione dell’innata affinità umana a relazionarsi con i sistemi e i processi naturali — nota come biofilia — nella progettazione dell’ambiente costruito”.

Le numerose ricerche sul tema testimoniano l’importanza di integrare la natura nella progettazione per rendere gli ambienti costruiti coerenti con l’innata inclinazione dell’uomo nella ricerca di un legame con la natura. Come evidenziato da Bolten e Barbiero (Università della Valle d’Aosta), l’applicazione del design biofilico produce effetti documentati e misurabili: riduce lo stress, stimola la creatività e la chiarezza di pensiero, migliora il benessere fisico e psicologico e accelera i processi di guarigione.

La ricerca non si è fermata qui: l’incontro tra design biofilico e neuroarchitettura ha portato il dibattito su un nuovo livello. Le origini delle due discipline sono differenti, ma se messe in dialogo ci permettono di leggere in modo più ricco e articolato la correlazione tra uomo e progettazione architettonica.

Design biofilico perché integrare la natura negli spazi migliora la qualità della vita
L’applicazione del design biofilico produce effetti documentati e misurabili

 

Che cos’è la neuroarchitettura?

Per classificare la neuroarchitettura abbiamo scelto di riportare la definizione di NeuroAU, piattaforma dedicata al tema. La neuroarchitettura e il neurourbanismo rappresentano oggi un campo di ricerca in rapida evoluzione, fondato sull’applicazione delle neuroscienze allo studio degli spazi costruiti. L’obiettivo primario è comprendere come l’ambiente fisico influenzi il cervello e, di conseguenza, il comportamento umano.

Una disciplina che potremmo descrivere come intrinsecamente interdisciplinare: la neuroarchitettura è in grado di intrecciare gli studi all’avanguardia nel campo delle neuroscienze con i saperi dell’architettura e dell’urbanistica. Il dialogo tra le diverse parti aiuta nell’espandere i confini della ricerca rendendo possibile una lettura più sofisticata dei messaggi che ogni spazio comunica alle persone che lo vivono.

Confrontare la neuroarchitettura con la psicologia ambientale ci consente di definire ancora di più confini di questa pratica. La disciplina non si limita ad analizzare qual è il rapporto tra individuo e ambiente dal punto di vista psicologico, ma grazie all’apporto delle neuroscienze è possibile indagare le risposte fisiologiche concrete dell’organismo esposto agli stimoli ambientali. Occorre sottolineare che l’unicità dell’essere umano comporta una risposta differente agli spazi. Ne consegue che un ambiente può sollecitare delle reazioni diverse in base al soggetto che vi abita. Proprio per questo motivo una progettazione accurata non può prescindere dalla conoscenza approfondita del target di riferimento.

Che cos’è la neuroarchitettura?
La natura migliora il benessere quotidiano e il design biofilico traduce questa esigenza in spazi più armoniosi, accoglienti e connessi con l’ambiente

 

Quando nasce la neuroarchitettura?

Il Dottor Jona Salk è il padre fondatore della neuroarchitettura. Da uomo di scienza, il suo approccio riesce ad andare oltre per considerare l’architettura come catalizzatore per la crescita umana. La sua visione prese forma e notorietà nel 2002 con la fondazione dell’Academy of Neuroscience for Architecture (ANFA) ospitata nel Salk Institute.

Nel 2003, il neuroscienziato e presidente del Salk Institute Fred Gage durante un discorso all’AIA (American Institute of Architects) pronuncio un discorso programmatico dove andò a delineare i principi fondanti della neuroarchitettura.

Tra questi troviamo:

  • Il cervello controlla il comportamento.
  • I geni modellano la struttura e il design del cervello.
  • L’ambiente influenza l’espressione genica e, in ultima analisi, la struttura del cervello.
  • I cambiamenti ambientali modificano il cervello.
  • Di conseguenza, un cambiamento nell’ambiente modifica il comportamento

Ed è da qui che comprendiamo come la progettazione architettonica sia in grado di plasmare sia lo spazio fisico che di influire sul nostro comportamento. Alvar Aalto e il suo sanatorio di Paimio sono un esempio di architettura in comunicazione con la natura e la biologia umana. La struttura, progettata per migliorare il benessere dei pazienti, è un chiaro esempio di come l’architettura possa influenzare il comportamento umano. (Fonte della ricerca: Neurotectura).

Quando nasce la neuroarchitettura?
Integrare la natura negli interni significa favorire equilibrio, comfort e qualità della vita: è da qui che prende forma il valore del design biofilico

 

Neuroachitettura e grandi archistar contemporanee: la progettazione di Foster + Partners

Nel panorama attuale, la neuroarchitettura trova applicazione concreta nel lavoro di grandi studi internazionali come quello delle archistar Foster + Partners, dove la ricerca scientifica e l’architettura lavorano in simbiosi per capire come gli spazi che progettiamo influenzano comportamenti ed emozioni.

In un interessante approfondimento, Vittoria Falchini, Workplace Consultant dello studio e specialista in psicologia neuroarchitettonica, evidenzia come l’integrazione di metodi neuroscientifici nel processo progettuale permetta di analizzare le risposte cognitive, fisiologiche ed emotive delle persone agli ambienti costruiti.

Un esempio dell’approccio neuroarchitettonico è il Penn Pavilion (2021). La struttura sanitaria collegata alla Penn Medicine è concepita per sostenere pazienti, famiglie e personale attraverso strategie neuroarchitettoniche mirate: ampio accesso alla luce naturale, continuità visiva tra interno ed esterno e layout orientati a ridurre stress e disorientamento, evitando alterazioni dei ritmi circadiani. Alla stessa maniera Falchini racconta il progetto del centro Maggie’s Manchester del 2018: lo spazio, progettato sotto la guida di Norman Foster, supera la definizione tradizionale di ambiente medico ospedaliero per lasciare il posto a spazi domestici e accoglienti, favorendo un senso diffuso di sicurezza e supporto emotivo.

Neuroachitettura e grandi archistar contemporanee: la progettazione di Foster + Partners
Penn Pavilion (2021)

 

Neuroachitettura e grandi archistar contemporanee: la progettazione di Foster + Partners
Centro Maggie’s Manchester (2018)

 

L’integrazione tra la neuroarchitettura e il design biofilico

Come abbiamo visto, neuroarchitettura, psicologia ambientale e design biofilico offrono strumenti differenti per comprendere il mondo.

La neuroarchitettura analizza le reazioni fisiologiche delle persone agli spazi attraverso strumenti scientifici basati sui dati, come EEG, eye-tracking e monitoraggio cardiaco. La psicologia ambientale studia invece comportamenti e percezioni tramite osservazioni, analisi degli ambienti e interviste qualitative. Il design biofilico applica principi progettuali ispirati alla natura per favorire il benessere emotivo e fisico.

I tre approcci illustrati pongono al centro aspetti e focus diversi di analisi, ma tutti collimano in una riflessione collettiva sull’importanza dello spazio a livello fisiologico ed emotivo. Molti degli edifici che ospitano le attività umane (scuole, uffici, ospedali ecc) sembrano non essere concepiti per il benessere psico fisico degli individui.

Ma come abbiamo capito, il design non è neutrale. Ha la capacità di infondere emozioni positive o negative sull’essere umano che si trova a viverlo.

Come viene analizzato nel paper “Guidelines for the convergence of bio-architecture and neuroarchitecture based on the WELL building standard” (E. Lima, H. Ferreira, L. Mateus, A. Arruda) il rapporto tra architettura e scienza ha assunto un ruolo rilevante nella definizione e organizzazione degli spazi. La ricerca di Kilmer R. e Kilmer W. Otie “Designing interiors” (2014) sottolinea questo stretto rapporto sullo sviluppo cognitivo e sulle modalità con cui l’essere umano interagisce con la materialità dell’ambiente costruito.

Sempre Kilmer rileva che spazi caratterizzati da una chiara organizzazione spaziale, dalla presenza di luce naturale e da elementi naturali integrati favoriscono concentrazione e apprendimento, mentre condizioni opposte possono creare stress e compromettere le prestazioni cognitive. La convergenza tra neuroscienze e architettura rivela con particolare chiarezza in che misura gli ambienti fisici siano capaci di modellare comportamenti, stati emotivi e benessere generale.

Lo studio di Lima, Ferreira, Mateus e Arruda analizza nello specifico il lavoro congiunto tra design biofilico e neuroarchitettura. Le due discipline, se considerate in modo congiunto, possono delineare un quadro teorico e progettuale da cui attingere per orientare la creazione di spazi verso il benessere e la sostenibilità ambientale. La neuroarchitettura analizza infatti le risposte percettive, cognitive ed emotive degli individui agli ambienti costruiti, mentre la bioarchitettura si occupa di porre al centro il rapporto equilibrato tra uomo, natura e spazio abitato. Gli elementi naturali assumono un duplice valore: da un lato rappresentano risorse ecologiche fondamentali, dall’altro agiscono come stimoli sensoriali in grado di influenzare i processi psicologici e fisiologici degli utenti.

Come sottolinea la ricerca di Da Silva Lima, Cotrim Mateus e Vieira de Arruda, l’integrazione di elementi biofilici quali la presenza di vegetazione o l’accesso alla luce naturale si dimostrano particolarmente efficace nel ridurre lo stress, migliorare l’umore e sostenere la salute mentali. A questi si aggiungono le opinioni di Kilmer e Calabrese (The practice of biophilic design) secondo cui gli ambienti in grado di promuovere l’interazione con la natura risultino generalmente più attrattivi, funzionali e sostenibili. L’impiego di modelli biofilici nei processi di progettazione contribuisce alla creazione di spazi armoniosi, capaci di stimolare la creatività e le capacità cognitive in diversi ambiti operativi. Alla base di questi benefici vi è quella che Kellert e Calabrese definiscono una predisposizione innata dell’essere umano alla connessione con la natura.

L’integrazione tra principi neuroarchitettonici e biofilici non si riduce quindi ad una mera scelta estetica: il lavoro congiunto di questi due approcci diventa elemento strategico per la progettazione di spazi accoglienti in grado di promuovere il benessere personale e migliorare la qualità della vita.





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