Alberto Fusco e il biophilic design: così si può colmare il deficit di natura nelle nostre case

CasaOggiDomani incontra Alberto Fusco, architetto ed esperto di biophilic design, per parlare di un tema che riguarda ogni abitazione ma che troppo spesso resta ai margini della progettazione: il ripristino della relazione tra l’essere umano e la natura, a partire proprio dagli spazi domestici — ambienti fondamentali per la vita, eppure ancora poco considerati sotto questo profilo. Il punto di partenza è la biofilia, e la sua applicazione concreta attraverso il biophilic design, disciplina che Fusco illustra ed espone nel proprio libro, il primo in Italia a declinare la progettazione biofila esclusivamente alla dimensione della casa.

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Biophilic design: così si può colmare il deficit di natura nelle nostre caseLe nostre abitazioni soffrono una profonda disconnessione dalla natura. È una mancanza che pesa e che si ripercuote sulla salute. Abbiamo bisogno di biofilia, ovvero dell’innata tendenza biologica dell’essere umano a cercare una connessione con la natura nelle proprie case, negli ambienti chiusi, dove ognuno di noi trascorre in media più di 22 ore al giorno. Come è possibile ritrovare l’armonia perduta? Mettendo in pratica il biophilic design, inteso come «uno strumento compensativo del deficit di natura che affligge gli ambienti confinati contemporanei», spiega Alberto Fusco, architetto, biophilic designer, docente e autore del libro “Abitare la Natura. Il biophilic design per il benessere in casa” (Maggioli Editore), il primo saggio italiano che porta la progettazione biofila dentro le mura domestiche.

Biofilia e biophilic design: come vanno intesi

Occorre partire dalla biofilia. Fu il biologo evoluzionista Edward O. Wilson a teorizzarla negli anni Ottanta dello scorso secolo. Il suo significato è “amore per la vita” e indica l’inclinazione innata dell’essere umano a ricercare il contatto con le forme di vita e i processi vitali. Importante è anche la precisazione di Giuseppe Barbiero, ricercatore e docente nonché autentico pioniere della biofilia in Italia. Essa non è un istinto rigido, ma una predisposizione innata ad apprendere: va coltivata, quindi. «Da qui emerge il ruolo dell’ecologia affettiva, disciplina che poi ne indaga scientificamente le dinamiche e che personalmente interpreto come una forma di evoluta di sostenibilità», aggiunge Fusco.

Si giunge così a definire il biophilic design. Secondo Stephen Kellert (docente di ecologia all’Università di Yale) rappresenta il tentativo deliberato di tradurre nella progettazione dell’ambiente costruito, quell’innata affinità dell’essere umano ad affiliarsi ai sistemi e ai processi naturali. «È l’integrazione ponderata e significativa di elementi naturali negli spazi antropizzati», aggiunge Fusco. «Da qui si arriva a definirla come integrazione sinergica, pianificata fin dalle prime fasi del progetto, in cui gli elementi naturali sono concepiti insieme a quelli artificiali. Essa coinvolge non solo le forme visive, ma anche i suoni evocati, evocativi, gli odori caratteristici, le sensazioni tattili della natura: va, quindi, percepita con tutti i sensi».

Biofilia e biophilic design: come vanno intesi
Abitare la Natura (Maggioli, 2026). Courtesy: l’autore

 

Perché mantenere il legame umano-natura

Il legame esistente tra umani e natura è ancestrale e andrebbe mantenuto, specie in casa. Eppure spesso non è così: non bastano due piantine o una tinteggiata di verde a restituire un legame così profondo. L’esperienza stessa dell’abitare è sempre più distante dal mondo reale. La Natura non è più vissuta come un’esperienza primaria, ma è ridotta a uno scenario decorativo.
Nell’epoca odierna, battezzata Antropocene, ripensare l’abitare “non è più una scelta stilistica o di preferenza estetica, ma una necessità esistenziale che tocca le radici stesse dl nostro essere al mondo”, scrive Fusco.

Nel saggio, l’autore enfatizza la necessità di una pianificazione accurata e un’integrazione sistemica per avere un impatto misurabile sul benessere, distinguendosi dalla semplice decorazione o dal green design focalizzato solo sull’impatto ambientale.

Strumenti compensativi, dalla pedagogia alla progettazione indoor

Il merito di Fusco è aver evidenziato la necessità di considerare il biophilic design come uno strumento compensativo, più precisamente come strumenti compensativi, intesi come come soluzioni progettuali, sensoriali e ambientali che permettono di colmare il deficit di natura tipico dell’abitare contemporaneo, traducendo principi teorici in scelte concrete e applicabili. Lo ha fatto ispirandosi dalla propria esperienza di studio, quale docente di sostegno. «La riflessione di come colmare il deficit di natura è costruita sul parallelismo con la pedagogia speciale e da lì poi pian piano si è sviluppato il libro». Un capitolo della sua opera è dedicato proprio a illustrare gli strumenti utilizzati per coadiuvare o dispensare o compensare le carenze.

Il merito di Fusco è riprendere il concetto di “strumenti compensativi” dalla pedagogia speciale – quelli pensati per aiutare gli studenti con bisogni educativi specifici a colmare le loro difficoltà – e lo ripensa rivolto alla progettazione d’interni.

Strumenti compensativi, dalla pedagogia alla progettazione indoor
Abitare la Natura (Maggioli, 2026). Courtesy: l’autore

 

Come compensare il deficit di natura nelle nostre case

Quali sono i principi base che bisogna considerare per cercare di integrare questo bisogno compensativo di natura all’interno delle nostre case?

«Dato che è una disciplina progettuale, innanzitutto il progettista o, più specificamente il biophilic designer, analizza lo spazio, lo spazio domestico, stanza per stanza, evidenziando le carenze di natura».
Per quanto riguarda il metodo per pianificare l’intervento, ce ne sono diversi. Fusco adotta i 15 Pattern della Progettazione Biofilica, definiti dalla società di consulenza Terrapin Bright Green, framework scientifico progettato per riconnettere l’uomo alla natura negli spazi costruiti, migliorando il benessere psicofisico, la concentrazione e riducendo i livelli di stress.

Luce e illuminazione

«Una lettura iniziale parte dalla luce. L’obiettivo è massimizzare la luce diurna, che regola l’umore, l’energia e l’equilibrio ormonale. Dove manca la luce diurna, in una casa poco illuminata, bisogna ricorrere a una illuminazione biodinamica che ne simuli la variazione cromatica e l’intensità. Se si ha l’opportunità, attraverso una ristrutturazione, è consigliabile allargare le finestre, le aperture vetrate».

Come compensare il deficit di natura nelle nostre case
Abitare la Natura (Maggioli, 2026). Courtesy: l’autore

 

Colore

Un altro aspetto su cui l’architetto, il green designer, il biophilic designer, deve agire è il colore. «Esso va considerato uno strumento terapeutico. Non si tratta di una scelta di gusto, ma di una strategia consapevole che attinge alle armonie cromatiche della natura, secondo le tonalità della terra o rispettando il senso del luogo (per esempio, tonalità azzurre, se si vive in località marittima). «Non va in contrasto con gli elementi endogeni, rispetta ed è coerente con la natura, anche geografica».
Il biophilic design tiene conto del senso del contesto, della realtà, rispettandolo dal punto di vista degli elementi naturali e dei colori.

Acqua

Un ulteriore elemento essenziale «che nessun progettista oggi usa nella progettazione residenziale è l’acqua. Spesso e volentieri, è un elemento relegato allo spazio pubblico eppure la sua adozione è terapeutica», sottolinea Fusco. L’architetto ed esperto segnala che l’introduzione di un piccolo elemento idrico, sotto forma di una fontana da interno o di un acquario, attiva la risposta in termini di blue mind, abbassa la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, i livelli di cortisolo e aumenta i livelli di serotonina e dopamina.

Verde e materiali naturali

Per quanto riguarda la vegetazione, va scelta con cura. Se non si è esperti, è preferibile rivolgersi a un florovivaista, a un esperto botanico, lavorando in team.
«Bisogna scegliere specie vegetali resilienti a bassa manutenzione nei casi in cui lo spazio è ridotto. Per esempio, si può introdurre un giardino verticale compatto anche con vasi auto-irriganti o sistemi idroponici», suggerisce Fusco.
Il legno è un altro importante materiale con il quale il biophilic designer deve lavorare all’interno di una casa per compensare il deficit di natura. Ma non solo: si possono adottare la tela o tessuti grezzi, la canapa, o comunque materiali che hanno una ricchezza tattile.

Frattali

C’è poi la possibilità di impiegare dei pattern frattali, presenti in natura, capaci di attivare il sistema nervoso parasimpatico, inducendo rilassamento.

Il consiglio metodologico da dove partire per intervenire è: non procedere per accumulo decorativo, ma per compensazione mirata. Occorre individuare prima quale deficit si vuole colmare in uno specifico ambiente e poi agire.

Biofilia e salutogenesi

Il contatto con la natura è un elemento essenziale per la nostra salute. Essere in un contesto immersivo, naturale, è ritemprante. Lo conferma la scienza: «l’immissione degli elementi di natura, per quanto minimi all’interno dei nostri spazi abitativi, aiuta a migliorare l’umore», ad abbassare la pressione arteriosa, a favorire il rilascio di sostanze benefiche per il cervello, instaurando una sensazione di benessere.

«Invece, la disconnessione dalla natura dalla quale noi tutti proveniamo, incide negativamente sulla salute e sulla qualità della vita. Il biophilic design agisce su parametri misurabili: pensiamo alla luce naturale, che sincronizza i ritmi circadiani, regolando cortisolo e melatonina e favorendo quindi il sonno», rileva Fusco.

È bene tornare a considerare il valore della vegetazione, che purifica l’aria. Un esempio è la Sansevieria, scelta dalla Nasa tra le migliori piante per la purificazione dell’aria e per la capacità di rimuovere inquinanti atmosferici.

A livello scientifico, sono diverse le teorie che mettono in rilievo il valore della connessione con la natura. Val bene ricordare la Stress Reduction Theory (SRT) di Roger Ulrich, che spiega come l’esposizione alla natura favorisca in modo rapido e inconscio il recupero dallo stress psicologico e fisiologico. Oppure l’Attention Restoration Theory (ART), sviluppata dagli psicologi ambientali Rachel e Stephen Kaplan secondo cui la soft fascination degli ambienti naturali rigenera l’attenzione affaticata dalla vita urbana.

«Biofilia e salutogenesi sono complementari. La prima riconnette l’uomo alla natura con effetti immediati sullo stress, mentre la seconda, conferisce agli spazi leggibilità e significato esistenziale. La loro fusione genera degli ambienti non solo salubri, ma autenticamente rigenerativi e vitalizzanti».

Biofilia e salutogenesi
Abitare la Natura (Maggioli, 2026). Courtesy: l’autore

 

Riscoprire il valore dell’abitare

Il primo ambito dove colmare il deficit di natura è in casa. Sembra banale, ma non lo è affatto. Il merito del libro di Antonio Fusco è di essere il primo volume italiano che applica la progettazione biofila esclusivamente alla casa.

«Negli ultimi anni, facendo ricerca sul web di applicazioni del termine biofilia o di biophilic design, mi ha colpito che le narrazioni applicative riguardassero spazi lavorativi, uffici, ospedali, ai negozi – ricorda l’architetto e biophilic designer –. Nessuno però si è interessato all’abitazione. È un concetto, un lemma denso di significato che, però non viene insegnata. Nessuno ci ha spiegato come si abita, non lo abbiamo imparato a scuola. La casa è stata la grande esclusa dalla cultura architettonica e antropologica quanto meno degli ultimi 40/50 anni».

Le radici di questa situazione vanno cercate ancora più indietro nel tempo. Per quasi due milioni di anni abbiamo vissuto nella Natura, in simbiosi con essa. Poi, in soli due secoli di civiltà industriale, l’antropocentrismo ci ha assuefatti a vivere in ‘celle di cemento armato’.

Occorre “reimparare a sentire gli spazi, non soltanto a calcolarne le dimensioni”, scrive Fusco, riportando questa citazione di Elena Granata, sottolineando la necessità di una riscoperta sensoriale ed emotiva dietro cui si cela la chiave per una nuova ecologia dell’abitare.
Obiettivo ultimo del biophilic design è guidare una transizione profonda: dal concetto di house (involucro tecnico e disabitato), a quello di home, inteso come luogo relazionale, sensoriale e interconnesso. Non basta più concepire il verde come ornamento, ma integrarlo nel cuore funzionale dell’edificio e della vita che in esso si svolge. Occorre re-incantare l’abitare nell’era dell’antropocene, con la casa biofila, come “riscoperta dell’abitazione nella sua forma più autentica: luogo di radicamento, di relazione, di alleanza con il vivente. Un’architettura che non separa, ma amplifica la vita”, conclude Fusco.

IL LIBRO

Alberto Fusco, architetto, biophilic designer, docente e autore del libro
“Abitare la Natura. Il biophilic design per il benessere in casa” (Maggioli Editore)

Credit: Abitare la Natura (Maggioli, 2026). Courtesy: l’autore.

Tutte le immagini sono realizzate mediante strumenti di intelligenza artificiale.





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