
Un approccio al progetto del tutto personale: a colloquio con Bruna Rapisarda
Bruna Rapisarda – studi classici, poi IED e, parallelamente alla carriera di designer, una lunga esperienza redazionale con una importante rivista di settore – ha costruito nel tempo un approccio al progetto del tutto personale, che unisce rigore formale e sensibilità umanistica. I suoi sono oggetti belli da vedere e da usare ma soprattutto pensati per durare, esteticamente e funzionalmente, nella convinzione che la vera sostenibilità sia anche culturale.
Tra i tanti traguardi raggiunti, una segnalazione al Compasso d’Oro e la serie di collaborazioni con aziende del settore bagno e dell’arredo domestico. Al Salone del Mobile.Milano di quest’anno è stato presentato il soffione Pocket, disegnato per Aquaelite, sintesi della sua filosofia progettuale, togliere il superfluo per arrivare all’essenziale.
Si è formata allo IED dopo studi classici: la cultura umanistica ha influenzato il suo modo di guardare gli oggetti e lo spazio?
La formazione e gli studi umanistici influenzano profondamente il design, perché insegnano a osservare le persone, i comportamenti e il significato culturale degli oggetti, prima ancora della loro funzione. Filosofia, arte, letteratura e storia aiutano a sviluppare sensibilità verso le proporzioni, il linguaggio, la percezione dello spazio e il rapporto emotivo che le persone instaurano con ciò che le circonda.
Nel mio approccio progettuale, questa influenza si traduce nella ricerca di un design che non sia solo tecnico o funzionale, ma anche narrativo e umano. Ogni progetto nasce dall’osservazione di un’esigenza concreta, ma si sviluppa cercando equilibrio, armonia e semplicità, affinché l’oggetto possa integrarsi naturalmente nella vita quotidiana e migliorare l’esperienza di chi lo utilizza.

La sua carriera inizia anche con una lunga collaborazione con la rivista Interni. Cosa ha aggiunto l’esperienza editoriale a ciò che la scuola di design le aveva dato?
L’esperienza editoriale con Interni ha ampliato il mio modo di guardare al progetto. Se la scuola di design mi aveva dato strumenti tecnici e metodo, il lavoro editoriale mi ha insegnato a leggere il design come fenomeno culturale, fatto di linguaggi, visioni e relazioni tra architettura, arte e società.
Attraverso il confronto con progettisti, aziende e tendenze internazionali, ho imparato l’importanza della narrazione del progetto: non solo come un oggetto viene disegnato, ma quale pensiero lo genera e quale esperienza è in grado di creare. È stata una formazione parallela, più umanistica e critica, che ha influenzato profondamente il mio approccio progettuale, portandomi a cercare sempre un equilibrio tra funzione, emozione e identità.
Scrive che tanti suoi progetti “sono nati in fabbrica”. Oggi che il processo progettuale tende sempre più verso il digitale e la simulazione virtuale, quanto conta ancora stare fisicamente nei luoghi della produzione?
Per me continua a essere fondamentale. Molti dei miei progetti sono nati proprio in fabbrica, dal confronto diretto con materiali, lavorazioni, macchinari e persone. Credo che il progetto non possa vivere soltanto nel digitale: la simulazione aiuta a controllare e visualizzare, ma è il contatto fisico con la produzione che permette di comprendere davvero limiti, possibilità e qualità di un oggetto.
La fabbrica, per me, non è solo un luogo tecnico, ma uno spazio di dialogo e di sperimentazione, dove il progetto si trasforma da idea astratta a presenza reale. Stare nei luoghi della produzione significa osservare come un materiale reagisce, capire i tempi e i gesti della lavorazione, ascoltare l’esperienza di chi costruisce concretamente il prodotto. È lì che spesso nascono intuizioni che nessun rendering può suggerire.
Un suo prodotto firmato nel 1989 per Robots è stato segnalato al Compasso d’Oro. Da allora il concetto di “buon design” si è evoluto molto, contemplando aspetti come sostenibilità, durata nel tempo, riduzione degli sprechi. Come è cambiato il suo modo di progettare, rispetto a queste nuove priorità?
Da allora il concetto di buon design è sicuramente cambiato. Negli anni Ottanta l’attenzione era concentrata sull’innovazione formale, sulla funzione e sul linguaggio del prodotto; oggi progettare significa assumersi anche una responsabilità più ampia verso l’ambiente, la durata degli oggetti e la qualità del vivere quotidiano.
Il mio modo di progettare è cambiato soprattutto nella ricerca dell’essenzialità. Col tempo ho imparato che sottrarre è spesso più importante che aggiungere: ridurre gli elementi, evitare il superfluo, progettare prodotti capaci di durare nel tempo, sia esteticamente sia funzionalmente.
Anche il rapporto con i materiali e con la produzione è diventato più consapevole. Cerco sempre soluzioni che ottimizzino ciò che già esiste, limitando sprechi e complessità inutili. In fondo credo che la sostenibilità non sia solo una questione tecnica, ma anche culturale: un oggetto ben progettato è un oggetto che le persone continuano a desiderare, usare e conservare nel tempo.

Collabora con diverse aziende del settore del bagno: come è cambiato nel tempo l’approccio con cui le persone vivono (e sognano) questo spazio della casa?
Nel tempo il bagno è cambiato profondamente: da spazio puramente tecnico è diventato un ambiente sempre più legato al benessere personale. Questo cambiamento ha trasformato anche il modo di progettarlo. Oggi le persone non si accontentano della funzionalità, ma “sognano” un bagno che abbia una forte identità estetica, che dialoghi con l’architettura della casa e che trasmetta una sensazione di equilibrio e ordine. Per chi progetta significa lavorare su soluzioni sempre più integrate e personalizzate, in cui ogni elemento non è solo un oggetto, ma parte di un’atmosfera.
Il soffione Pocket di Aquaelite, presentato al Salone del Mobile.Milano di quest’anno, nasce da una filosofia di sottrazione, togliere il superfluo per arrivare all’essenziale. È una scelta puramente estetica o una risposta all’attuale evoluzione del settore?
Non è una scelta puramente estetica, anche se l’estetica ne è una conseguenza naturale. Un progetto come questo nasce prima di tutto da un’evoluzione concreta del settore: la ricerca di soluzioni sempre più integrate, discrete e sostenibili, sia dal punto di vista produttivo che dell’uso quotidiano.
La sottrazione non è quindi un esercizio formale, ma una risposta a un bisogno reale: semplificare, ridurre la complessità, eliminare ciò che non è necessario per arrivare a un oggetto più chiaro, più efficiente e più duraturo. In questo senso l’essenzialità diventa un principio progettuale, non uno stile. Pocket si inserisce proprio in questa direzione: una presenza discreta, che lascia spazio all’esperienza dell’acqua, più che all’oggetto in sé.

Dopo tanti anni, cosa la sorprende ancora del suo lavoro?
Ciò che continua a sorprendermi è il fatto che il design non è mai un processo completamente controllabile: cambia quando incontra la materia, la produzione, le persone che lo realizzano e quelle che lo useranno. Mi sorprende ancora la capacità che ha un oggetto, anche il più semplice, di trovare un suo equilibrio nel momento in cui diventa reale. E mi sorprende come piccoli spostamenti di proporzione, dettaglio o funzione possano mutare completamente il carattere di un progetto.

E se dovesse dare un consiglio a un giovane progettista che si affaccia oggi alla professione, cosa vorrebbe consigliare che non è stato detto a lei agli esordi?
Gli direi di non fermarsi mai all’idea iniziale, per quanto convincente possa sembrare. Il progetto vero inizia quando l’intuizione incontra la realtà: i vincoli, i materiali, la produzione, le persone. È lì che si misura la qualità di un’idea.
Un altro aspetto che spesso non viene detto è l’importanza di stare nei luoghi dove le cose si fanno davvero, non solo nei contesti teorici o digitali. La fabbrica, il laboratorio, il confronto diretto con chi produce e usa gli oggetti sono ancora oggi una scuola fondamentale.
Infine, consiglierei di coltivare una certa pazienza progettuale: il buon design raramente nasce in modo immediato. Richiede tempo, ascolto e soprattutto disponibilità a lasciare che il progetto cambi strada, quando necessario, senza considerarlo un fallimento, ma parte del processo.


Bruna Rapisarda
Nata e residente a Milano, dopo gli studi classici Bruna Rapisarda frequenta l’Istituto Europeo di Design. Parallelamente all’apertura del suo primo studio, avvia una lunga collaborazione con la rivista Interni, esperienza che contribuisce a consolidare le sue capacità di analisi, sintesi e lettura critica del progetto.
Il suo primo approccio significativo al design avviene con Robots, azienda del settore arredamento con cui collabora per diversi anni come consulente progettuale. Per il brand firma la cassettiera Zen, presentata nel 1989 e segnalata al XV Premio Compasso d’Oro e al concorso Young&Design.
Nel corso della sua carriera sviluppa progetti per diversi ambiti, dall’illuminazione al complemento d’arredo, dal casalingo al bagno, ottenendo importanti riconoscimenti, tra cui il Design Plus 2009 – ISH per la vasca Jolie di Regia. Il suo approccio nasce dalla capacità di comprendere in profondità le realtà aziendali, traducendo esigenze di mercato e obiettivi progettuali in prodotti mirati, funzionali e coerenti.
Foto in apertura: Vasca Anemone per Norah Design
